Archive for May 2nd, 2004

Torture? Come ti freno lo sdegno…

..dell’opinione pubblica.
La foto che ritrae un soldato ingelse e un irachenoLa macchina mediatica che obbliga chiunque sia in buona fede a fare un passo indietro in attesa di evoluzioni è partita.
Mettere in dubbio la veridicidità della foto che ritrae un soldato inglese nell’atto di torturare – ma una sola volta, eh - una persona è il primo passo che nel Regno Unito è stato fatto per impedire alla gente di indignarsi subito… dopo, magari. Quando avranno finito di fare le loro indagini e comuque solo se il Governo deciderà che sono veritiere.
Il primo dubbio?



  • They believe the rifle is an SA80 mk 1 – which was not issued to troops in Iraq.

Quindi non negano che sia un soldato inglese che sta torturando qualcuno, semplicemente, è probabile che stia torturando un non iracheno. Insomma i soldati inglesi possono torturare altrove senza che per questo l’opinione pubblica debba vergognarsi del poprio esercito.


“E in ogni caso –  dice Blair – è stato un caso ’eccezionale’ che non deve portare a detrazioni sul buon lavoro fatto dall’esercito UK in Iraq”


Mi sembra si sentirlo frignare in sala stampa: “E poi forse non è nemmeno reale, e comunque noi siamo andati in iraq per liberarci di certe cose, non per farle. Ecco, l’ho detto. Uffa. “


Quindi, per favore, prima di indignarci aspettiamo che la giustizia faccia il suo corso. Così facciamo in tempo a dimenticarci il fatto che il prigioniero senza nome presenti una mascella fratturata dopo 8 ore di torture e di minacce di morte. Massì, forse non era nemmeno iracheno!


Nel frattempo gli Stati Uniti cercando di fare la stessa cosa, ma ormai non possono negare l’evidenza. Le torture le ammettono, e dopo aver fatto aspettare due settimane la cbs prima di permetterle di diffondere le foto, cercando di correre ai ripari condannandole, quelle in iraq – a differenze di quelle di Guantanamo.


In che modo gli Usa cercano di circoscrivere i danni? “I soldati coinvolti nelle torture sono i riservisti, non quello di ruolo”. Eh? Cosa? E che differenza fa?  Ah, i riservisti finta la guerra tornano a fare i civili e il prudente esercito americano eviterà di richiamarla la prossima volta che andrà ad invadere qualcuno, giusto?
Il ragionamento non fa una grinza: il valoro esercito americano non c’entra con queste meschinità, sono le solite mele marce indegne di portare l’uniforme che portano. 

Janis Karpinski - unico generale donna dell’esercito USAChi smentisce tutto quanto? Janis Karpinski, l’unico generale donna dell’esercito Usa.
Non ci sta proprio ad accollare ai  soldati da lei guidati le responsabilità che sono dell’intelligence militare.


[...]
“lo speciale blocco di massima sicurezza ad Abu Ghraib, noto come 1A, è sotto il diretto controllo di ufficiali dell’intelligence militare, non dei riservisti che lei comanda.”
[...]
agenti della Cia spesso si univano agli interrogatori effettuati nella prigione. “
[...]
“Noi siamo spendibili – ha detto riferendosi all’atteggiamento dei militari nei confronti di riservisti – Perché dovrebbero volere che il biasimo cada su gente in servizio attivo? Vogliono che la colpa cada sulla polizia militare, sperando che tutto passi”

Scontro di civiltà

Leggo il post di lia su Haramlik in cui
accenna all’aumentare delle donne che indossano il velo in Egitto.

Nessuno le costringe, fanno scelte consapevoli in totale autonomia.
Riaffermano la loro identità, contrapponendola a quella occidentale.

Lo scontro di civiltà che tanto si voleva evitare non necessita di eserciti
di kamikaze pronti a farsi esplodere nelle capitali europee. Più subdolamente,
si insinua nei cuori e nelle menti della gente comune, su entrambi i
fronti.
Da una parte aumenta la xenofobia e la diffidenza. Dall’altra si
sente il bisogno di un’identità forte, di gruppo, e si sacrifica l’individualità
con le sue mille sfaccettature per preferire i canoni rigidi della
tradizione.

O con noi o contro di noi” era lo slogan
dell’amministrazione Bush all’alba degli attentati alle Twin Towers. Una
politica del genere non poteva che avere conseguenze nefaste sul dialogo
interculturale e così è stato. Così continua a essere, purtroppo.

La guerra infinita al terrorismo e le scelte che in nome di essa sono state
prese hanno conseguenze molto grandi per la vita di tutti.

Ai cittadini occidentali viene chiesto di rinunciare ad alcuni dei propri
diritti in nome della sicurezza e nella direzione di uno stato di polizia. A
cominciare dalle impronte digitali sui passaporti: inizialmente solo per gli
stranieri, da cui occorreva difendersi. Poi anche a tutti gli altri, che ormai
si erano abituati all’idea. Sembra una sciocchezza…

Per i popoli arabi invece, si aggiungiono altre vittime con cui
identificarsi. Dopo la Palestina anche l’Iraq, come se dieci anni di embargo non
fossero bastati a scaldare gli animi. Le azioni di resistenza militare da
parte degli iracheni sono definiti come attentati terroristici e per avvolarare
di più la tesi si citano o si inventano continuamente legami con Al Qaeda
e Bin Laden.
Il popolo arabo non pensa che siano attentati. A volte la
gente è confusa, quando i kamikaze palestinesi si fanno esplodere uccidendo i
civili israeliani. Non sa scegliere se è il modo giusto o sbagliato,
non sanno se è peccato oppure è cosa lecita. Ci sono diverse
interpretazioni in merito, ma sa solo una cosa: che i palestinesi e gli
iracheni hanno il diritto di difendersi. E in essi si identificano, si
chiudono e covano la loro rabbia e la loro frustrazione. Marcano i confini che
li distinguono dagli occidentali.

Ma come sempre capita, quando ci si trova agli estremi, diventa difficile
anche solo parlare con l’altro. Figuriamoci comunicare, dialogare, capirsi,
giungere a compromessi. Le visioni manichee tolgono lucidità di analisi e
inquinano le scelte di tutti.

Ci sarebbero ancora tante cose da dire, ma si andrebbe troppo lontano… e
forse non si finirebbe mai.
Un’altra volta magari…


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