La guerra in casa

Uno si indigna a leggere i giornali. Bomba sul mercato centrale - ma non dovevano essere armi intelligenti? Ruspa israeliana abbatte casa: due palestinesi muoiono sotto le macerie - e quella dovrebbe essere l’unica democrazia in medio oriente? Missile USA su matrimonio: 40 morti - ma cavolo, un matrimonio! Decapitato ostaggio per cui era scaduto l’ultimatum, lascia moglie e due bimbi piccoli - un altro,cazzo.

Ci si inacidisce per notizie del genere. Magari se ne parla con gli amici, in pausa caffè con un collega particolarmente temerario - di solito non ci si avventura su argomenti così sensibili.
Si può anche arrivare a riversare la propria disapprovazione su un blog.
Click. Submit. Approve.

Poi… si guarda Ally McBeal, le olimpiadi, i preliminari di champions e si rimane in stand by.
Fino alla successiva notizia al TG, all’ennesima uscita di cattivo gusto di Feltri o ad un’altra verità censurata per cui gridare allo scandalo.

E non è che parlarne e indignarsi fa stare meglio. Aiuta, però. A stare vigili, a non dimenticare. Ma non cancella la sensazione di impotenza; si vorrebbe fare qualcosa, ma da dove iniziare?

Poi si riceve - Io ricevo - un link: bloghdad, il blog di Enzo G. Baldoni.

Un tizio che traduce i fumetti di Doonesbury, che non conosco tra l’altro.
Ha fatto il pubblicitario, leggo. Qui a Milano. E’ anche giornalista freelance.

Ha da poco deciso di andare in iraq e nel suo blog racconta quello che vede. Racconta delle persone, delle situazioni, dei pericoli e dei sorrisi.
Tratteggia i suoi compagni di avventura rendondoli vivi. Ci sono anche le foto, che fanno apparire tutto così reale, vicino.

Ha intervistato il subcomandate Marcos, in passato. E’ stato vittima di un rapimento, in Colombia, che si è concluso dopo poche ore con lui che intervistava i guerriglieri che l’avevano catturato.

Scrive dall’iraq, Enzo, e a leggerlo mi pare quasi di sentirli i colpi che gli esplodono tutto intorno; di vederlo mentre aiuta a caricare il camion della croce rossa, o di vederlo precedere il convoglio sventolando le bandiere bianche per fermare gli spari.

E’ uno concreto, Enzo. E umile. Ironico. Ottimista. Mi piace come scrive, mi piace come vive. Penso che da qualche parte lui ha cominciato…a fare qualcosa.
E penso che, forse, una volta tornato a milano, potrebbe anche capitarmi di conoscerlo. Perchè no?

Sabato sera torno a casa, mi collego e lui è in prima pagina, su repubblica.it. Sfoglio l’ultimora, sperando di non trovare nient’altro, sperando in un falso allarme. Invece c’è molto. Tutte le ansa sembrano confermare la notizia del rapimento.

Per una settimana rimango in attesa, sperando che tutto si risolva per il meglio. Vengo contagiato dall’ottimismo che la Croce Rossa fa trapelare e la Farnesina non attenua. Hanno rilasciato un po’ di ostaggi ultimamente, vuoi che non capiti di nuovo?
Speravo. Aspettavo. Ero in ansia come se lo conoscessi da una vita, Enzo.

La guerra vista fino ad ora dalla finestra mi era entrata improvvisamente in casa costringendomi a provare emozioni di cui avrei fatto a meno. E quando si ha la lacrima difficile, due occhi improvvisamente lucidi fanno riflettere. E pure quel pulsare continuo all’altezza delle tempie, come se il mio cervello ancora non avesse accettato la versione ufficiale. Come se fosse in attesa di una clamorosa smentita, anche a distanza di giorni.

Ciao, Enzo.

1 Response to “La guerra in casa”


  1. 1 narsil Jul 14th, 2007 at 11:33 am

    Letto. Sì. Già.
    (stessa senzazione di incredulità allora, sai?)
    grazie
    s

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