Maometto. E’ l’italianizzazione di “Mohammad” che è il nome del(l’ultimo) Profeta, nell’Islam. Mohammad è anche uno dei nomi più diffusi tra i musulmani, soprattutto nel mondo arabo. Attualmente, sui passaporti, il nome viene italianizzato in “Mohamed”.
Mohamed era anche il nome degli attentatori che l’11 settembre 2001 fece schiantare un aereo sulle Twin Towers, a New York: Mohamed Atta.
L’indomani dell’attentato, molti arabi americani decisero di cambiare il loro nome per paura di rappresaglie, per prendere le distanze o semplicemente per uno schock culturale che ne ha scosso l’identità.
Quindici o vent’anni fa, in italia, i pizzaioli egiziani che si chiamavano Mohammad - già italianizzato in Mohamed sui documenti - storpiarono il loro nome ulteriormente e si trasformarono in tanti Mimmo. Mimmo era anche il nome di due miei vicini di casa calabresi: per uno era il diminutivo di Domenico, per l’altro era il nome di battesimo.
In una pizzeria dove spesso vado a pranzo c’è un cameriere cinese. Tutti lo chiamano per nome, i colleghi che vogliono richiamare la sua attenzione su un tavolo, i clienti, ormai fissi. Lo chiamano alzando il braccio con l’indice teso verso l’alto e dicono: Giancarlo!
A parte l’ironia, che vuole proprio nel nome scelto una consonante difficile (per lui) da pronunciare…
A parte questo, dicevo, trovo di una tristezza infinita la tendenza di alcuni stranieri a cambiare il proprio nome per facilitare l’altro nella pronuncia. Perché di questo si tratta, un favore che fanno ai clienti per evitargli di fare fatica. Dal punto di vista del marketing è inoppugnabile: abbatti le barriere che impediscono lo sviluppo di un rapporto amicale e ottieni un cliente più fedele.
Ma in un esercizio pubblico, come può esserlo una pizzeria, che bisogno c’è di chiamare il cameriere per nome? Non basta un semplice “Scusi” ( e se si vuole essere informali, un semplice “Scusa”), sempre con il braccio alzato e l’indice teso verso l’alto?
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