Non avevo seguito molto questa cosa delle “scritture di strada“. Non sapevo com’era nata e da chi. Come si stava sviluppando e perchè. Come si sarebbe evoluta e come. E, ovviamente, non avevo partecipato all’organizzazione. Come già in passato mi sono trovato ad aggregarmi all’ultimo. Con la macchina fotografica, ché il piacere di documentare le emozioni mi dà pace. Senza aspettative, dunque, se non quella di partecipare defilato e silenzioso all’evento. A rubare scatti di vita.
Questo nulla potenziale, però, si trasforma subito in un affascinante esperimento sociale. Bovisa, quartiere di periferia. Stranieri, vecchi e – per via del politecnico- studenti. La mattina gli italiani ti snobbano. Gli chiedi se – per favore – hanno voglia di scrivere qualcosa. E loro nemmeno si girano. Nemmeno rispondono. E se lo fanno, dopo il NO ci mettono un punto che non ammette repliche.
Da piazza Bausan, la mattina, passano per lo più stranieri. Nordafricani, cinesi, sudamericani. E anche loro rispondono NO. Ma poi aggiungono: Grazie. Poi qualcuno chiede: ma cosa? Qualsiasi cosa! No no, non so scrivere in italiano bene. E scrivi nella tua lingua, diciamo noi. In arabo, in rumeno o in spagnolo. In russo. In francese.
E allora accettano. E uno via l’altro, si siedono, scrivono qualcosa e poi salutano. Arrivano anche tardi al pranzo degli amici, per farlo. Ma vanno via sorridenti.
Da piazza Bausan, nel pomeriggio, di italiani ne passano di più. E quando arrivano i ragazzi di Eveline con pennelli tempere e assi di legno, diventano meno diffidenti. Smettono di domandare: ma che partito c’è dietro? Si fermano a lato, guardano. A volte chiedono. E infine si lasciano convincere.
E gli stranieri, con quella folla festante, tra pennelli e palloncini colorati; tra scritte su legno e altre su carta, tra macchine fotografiche e rollerblade. Tra tutto questo, gli stranieri della mattina, non si trovano a loro agio. E perciò si avvicinano di meno. Evitano. Rimandano per poi non tornare.
Le parole, poi. S’avvicina la signora incinta all’ottavo mese, italiana. E con i pennarelli comincia a disegnare. Ogni linea un colore diverso. Mentre il disegno prende forma mi avvicino a scattare e capisco. Non è un disegno, è una scritta. Incornciata seguendo la forma delle lettere. E’ una parola in arabo ed è inconfondibile. C’è scritto Allah. Dio. Incuriosito, le chiedo come mai. ‘Mi hai beccato’, mi fa. E poi me lo dice il perché. Quattro aggettivi usa, uno inanellato all’altro: ‘perché è immediato, semplice, bello, reale’.
Poi. Un egiziano che chiede se può scrivere una poesia. Per la sua ragazza, dice. Ex, aggiunge. ‘No la penna no -dice- voglio i pennarelli’. E la scrive in arabo scegliendo per ogni verso un colore. Come ad allontanare dalla sua vita, almeno per un po’, il grigiore delle difficoltà quotidiane. Viene fuori una poesia d’amore a colori, che finiamo con il tradurre insieme.
E ancora. Altri stranieri che scrivono per chiedere la regolarizzazione. Per lavorare, scrive uno. Ma che lavorare, gli rinfaccia l’altro, per poter tornare nel nostro Paese e riabbracciare i nostri cari. Di questo scrive, poco dopo, un rumeno. Altra lingua, stesso guaio.
E come se ci fosse un contrappasso in diretta, per tanti stranieri che in Italia ci vogliono rimanere da regolari, tanti – che cittadini invece lo sono – se ne vogliono andare. E anche se han già deciso, si vede che non lo fanno a cuor leggero. Gli fa male dover smettere di sperare che il proprio Paese possa farcela, e con la loro rabbia macchiano cellulosa bianca. Sperando che l’eco di quelle parole abbia un qualche effetto, in qualche futuro remoto.
Quelli che si fermano e ti chiedono: posso lamentarmi? Oh, certo che può. Si può tutto qui, non costa nulla. E allora lo fanno, scrivono e si lamentano. Ma poi non gli basta la carta, e anche se scripta manent, verba è più colorita. E così continuano a spiegarti a voce ciò che più gli sta a cuore.
E infine il partigiano che racconta le storie del ‘43, e una segretaria e poi un’altra raccolgono le sue testimonianze. Sono le sue mani, e lui, tramite loro ci regala ricordi.
E poi i bambini che giocano con le tempere, sporcando uno sportello di frigorifero direttamente con le mani intinte di rosso.
Questi affetti, questi problemi; queste speranze e questi dubbi… tutte queste storie attraversano tutti i giorni le piazze delle nostre città . Portate a spasso da persone che all’apparenza sono solo stereotipi. Maschere a cui già attribuiamo un nome e un destino. E invece… invece…
Invece no.
Le (prime) foto mie, le trovate qui. Ma anche qui, con quelle degli altri.
Altri commenti sulla giornata li hanno già lasciati narsil, su, irene, dadaumpa e zu
1 Response to “Per necessità , per rabbia e per amore. Scritture di strada.”