Ché con Petra accesa, mica ce la facevo a concentrarmi e a scrivere di lei. Ma voglio farlo, vi voglio raccontare com’è successo che mi sono innamorato. Come ho perso la testa per Petra Magoni.
Era il 25 aprile e io scattavo fotografie. L’avevo fatto per tutto il giorno, durante il corteo della manifestazione. Poi, come ogni anno, sono andato al Paolo Pini, che è un ex ospedale psichiatrico. Molti lo definirebbero un ottimo posto per perdere la testa. Qui, si svolgeva il consueto evento “Appunti partigiani”: un palco, un pubblico e un sacco di gente da entrambe le parti.
Sotto i riflettori, per dire, erano passati gli Ska-J, gli Stormy Six, Marco Paolini e Paolo Rossi. E io avevo scattato fotografie a tutti loro. Per forza, poi, che si è scaricata la batteria.
Quando sul palco sono saliti Petra Magoni e Ferruccio Spinetti, non potevo immaginare. Uno vede un contrabbasso e una ragazza con un microfono e pensa all’ennesimo esperimento musicale, di quelli che durano giusto il tempo di un applauso. Ero già pronto con le mani.
Però nessuno ti prepara a una cosa del genere. Dico sul serio. Ero in prima fila, attaccato alle transenne e quando hanno cominciato suonare, entrambi dico, quando hanno cominciato a suonare tutti e due, ognuno il proprio strumento, ho cominciato a boccheggiare.
Lei era lì, a pochi metri da me. Una bella ragazza, senza dubbio. Lontana dalla bellezza stereotipata delle modelle spilungone e anoressiche o da quella delle burrose soubrette maggiorate. Una bellezza semplice, a guardarla così. Poi però, mica la guardi e basta. Perché lei… comincia a cantare e in quel momento diventa bellissima.
In pochi secondi l’intero spettro delle frequenze udibili dall’uomo e da un’altra dozzina di specie animali, scivola fuori dalle sue labbra e contamina l’aria. Ma non lasciatevi ingannare, non è solo tecnica. Per niente. E’ il modo con cui lo fa che è indescrivibile. Tra il cantare degli altri e il suo cantare, c’è la stessa differenza che c’è tra recitare un ruolo ed essere.
Lei è ogni verso delle canzoni che canta. Eleva ogni sillaba, lettera, virgola e punto di interiezione al rango di poema. La forza, con cui quei suoni ti arrivano nel cervello, è quella che si potrebbe sperimentare se si avesse il dono della telepatia. Come se ogni singola onda sonora da lei trasmessa fosse capace di portare con sé qualcos’altro, oltre al suono.
La voglio fotografare, penso. Voglio immortalarla così com’è adesso. Come se la sua voce potesse rimanere attaccata all’immagine. Ma non posso: ho la batteria scarica. Non la memoria esaurita no, che altrimenti avrei cancellato qualche foto per far spazio a lei. No, proprio la batteria a terra. Le avrei cancellate tutte le foto, per far spazio a lei.
Lei.
Stringe il microfono nella mano destra, vicino alla bocca. Il gomito stretto sui fianchi e la testa piegata di lato. Il corpo chino in avanti, in direzione del contrabbasso e i piedi sono puntati sul palco, come se da un momento all’altro potesse scaraventare sé stessa lontano da lì. Lo fissa, il microfono. Come se ci parlasse, come se stesse per farci l’amore o la guerra.
Oppure chiude gli occhi e continua a stringerlo come fosse un à ncora a cui rimanere aggrappata.
Ma io, gli occhi, non li posso chiudere. Sono ipnotizzato dalle sue smorfie, da come corruccia la fronte. Da come fa uscire il suo respiro dandogli forma e consistenza neanche fosse plastilina. Interi assoli con il suo respiro modulato nel microfono, da far dimenticare qualsiasi orchestra. Un suono insieme vellutato e graffiante. Avvolgente e alienante. Materno, ma di una maternità ancestrale, primitiva.
Non è solo forza, quella che trasmette. E’ passione, amore, intensità allo stato puro. A trecentosessanta gradi.
Il pensiero, in quel momento, l’unico pensiero che riesce a farsi strada in me, in modo limpido e netto è questo: vorrei fotografarle le corde vocali.
Ho già passato mentalmente in rassegna ogni foto che potrei farle mentre canta. Nessuna di queste, nessuna, rappresenta quello che voglio. Perché lo so che la sua voce, la sua capacità interpretativa, non si possono ingabbiare in un’istantanea. E probabilmente nemmeno in un DVD ad alta definizione, di quelli che ancora devono uscire.
Così mi spiego il pensiero lucido e allo stesso tempo folle. Fotografarle le corde vocali. Come se volessi essere un tutt’uno con lei. Entrarle dentro, come lei ha fatto con me. E mica per reciprocità , no. Per golosità . Perché se da qui, dalle transenne contro cui sono schiacciato, sento tutto questo. Da lì dentro, cosa si deve sentire?
Quella sera, il 25 aprile, di canzoni… ne ha cantate solo quattro. Tanto è bastato
Una bella ragazza, con un microfono vicino ad un contrabbasso. Bella, senza dubbio. Ma quando comincia a cantare diventa bellissima. E una volta che l’hai vista e sentita, quella bellezza… le si appiccica addosso. E non va più via.
Io lo so.
Perché poi, il giorno dopo il concerto, l’ho incrociata per caso, qui a Milano. Giuro.
Vicino al mio ufficio. Lei usciva dall’albergo con il suo “socio”. Li ho salutati, ché non ci credevo alla coincidenza.
E lei, senza trucco, è bellissima lo stesso.
Io lo so.
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Mi appoggiano – o quanto meno mi sopportano : broono, giuliozu, narsil, rubens, futa e un sacco di altra gente.
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Le foto, qui. Ma ovviamente non le rendono onore.

6 Responses to “Petra Magoni. Spremute di cuore, distillato di sguardi.”