Autocritica (islamica) cercasi

Divorzio ai tempi dell'islam (e dei blog)Il conflitto, quando non viene risolto da un sincero e reale confronto, genera odio. L’odio genera cecità. E non v’é peggior cieco di chi non vuol vedere.

I problemi, si sa, per poterli risolvere occorre prima individuarli, riconoscerli, confessarseli. Ma se si é troppo impegnati a odiare l’Altro, vedremo solo i suoi di difetti, riconosceremo solo i suoi di problemi. Per i nostri non ci sarà tempo, energia, volontà. Per i nostri ci sarà tempo.

Il membro di una comunità odiata e odiante-quale questa sia-, quando fa autocritica, quando pone l’accento su ciò che non va, viene messo a tacere. Accusato di essere un dissidente, un venduto o, nella migliore delle ipotesi, di parlare solo a titolo personale.

“O con noi o contro di noi” é lo slogan della stupida cecità umana, uno slogan che conquista per la semplificata immagine di realtà che porta con sé. Bianco/nero. Buoni/cattivi. Bene/male. Chi critica dall’interno non viene ascoltato ma escluso. Chi lo fa dall’esterno viene odiato in quanto Altro, in quanto nemico.

Chi avrebbe motivo di lamentarsi e criticare si copre con un mantello di mutismo e rassegnazione perché già sa cosa lo attenderebbe se si esprimesse. Molti fanno così, altri semplicemente smettono di sentirsi parte della presunta comunità odiata e odiante.

Questo ben si adatta al tanto paventato scontro di civiltà: l’occidente contro l’islam. L’islam contro l’occidente. L’islam d’occidente contro tutti.

Difetti li hanno tutte le società, tutte le comunità. Non ne é immune la comunità islamica in Italia. Il conflitto di civiltà e l’ostilità che si respira da entrambi i lati del muro impedisce però un percorso di autocritica interna. E chi è vittima di queste distorsioni rimane tale: muto e quindi inascoltato. Muto per timore. Oppure per totale mancanza di fiducia in un possibile cambiamento.

Le critiche dell’Altro sugli stessi problemi sono - ovviamente - inascoltate e vengono rispedite al mittente. L’Altro non può agire in buona fede, per definizione. E oltre ad essere portatore di secondi fini porta con sé il suo bagaglio di difetti, problemi e distorsioni. Questioni e distorsioni irrisolte e quindi: da che pulpito la critica?

Ciò non fa altro che far chiudere in loro stesse entrambe le comunità. Non crescono, non migliorano, involvono in loro stesse e sono destinate a morire, agonizzare, ad uccidersi a vicenda. Anche se solo verbalmente, s’intende.
Per spezzare il circolo vizioso occorre che ci sia un Altro che sia in buona fede, che si possa ascoltare. Che questo qualcuno abbia motivi per proporre istanze di miglioramento e che al contempo non abbia timore di essere tacciato di dissidenza in quanto non appartenente alla comunità. Qualcuno di ascoltabile.

E c’è lei, Lia di Haramlik, che la causa della comunità (islamica) l’ha letteralmente sposata. E visto che ha esperito in prima persona uno dei problemi su cui nessuno aveva il coraggio di intervenire, l’ha fatto lei.

C’è la questione dei matrimoni islamici, per dire. C’è che il diritto islamico in questioni matrimoniali sarebbe anni luce avanti al diritto della civiltà occidentale. Ma qui ognuno avrebbe i propri pregiudizi e opinioni e non ne usciremmo. Diciamo solo che esiste un diritto islamico che prevede determinati diritti all’interno del contratto (di questo si tratta) del matrimonio. Diciamo che se questi diritti fossero fatti rispettare, parecchi problemi sul rapporto uomo-donna nell’Islam sarebbero risolti. Diciamo anche che in Italia ci si può sposare islamicamente ma non divorziare islamicamente. O meglio, si può, si può. Ma al di fuori delle regole, dei diritti e dei doveri.

I contratti servono a sancire quelli: diritti e doveri dei contraenti. Perché quando un nostro diritto viene violato occorre avere un’altra possibilità oltre alla clava, no?

C’è quindi questa situazione, nell’islam italiano: ci si sposa, si arriva a divorziare… e tanti saluti. I doveri dov’erano? I diritti diventano storti. Chi ha da guadagnarci ci guadagna e chi non ha né forza né voce ci perde. Semplice.

E a questo punto Lia di Haramlik propone una commissione. A partire dal suo caso personale - di una che ha sposato la causa - che fa diventare caso politico.

Ed è un gesto intelligente. Perché interrompe quel circolo vizioso che porta le comunità a morire macchiando la propria dignità e la propria storia, a non essere all’altezza di loro stesse.
E’ un gesto intelligente, ma tale dev’essere la reazione della comunità islamica. Per una volta che una critica arriva in buona fede, non accompagnata dall’odio e dalla disonestà intellettuale dei vari Magdi Allam, per una volta: che si approfitti dell’occasione e si faccia autocritica. Che si cambi qualcosa nel modo di agire, perché quello attuale è indifendibile.

Sarà capace la comunità islamica italiana di non farne un caso semplicemente personale e quindi risolvibile, patteggiabile, soffocabile nel silenzio? Sarà capace di elevarlo a istanza politica e religiosa per essere all’altezza di quel che vorrebbe rappresentare?

Sarà capace di approfittare di questo caso per smettere di difendersi dall’Odiante Altro e cominciare a spendere quel tempo e quelle energie (scarse e dunque finite, pregiate) per ascoltarsi da dentro e quindi migliorarsi?

Io me lo auguro. Perché a spezzare la catena dell’odio ci si guadagna tutti.

Divorzio ai tempi dell'islam (e dei blog)

5 Responses to “Autocritica (islamica) cercasi”


  1. 1 Khadi Nov 2nd, 2006 at 12:49 am

    In Italia ci si può sposare, ma non divorziare islamicamente, in alcuni paesi finto-islamici invece ci si può sposare ma non divorziare proprio, se sei femmina, a meno che tu non abbia abbastanza soldi e non sia abbastanza furba… Io preferisco l’Italia e preferisco la mancanza di leggi ad una legge finto-shariatica: In fondo in Italia il matrimonio è davvero quello che dovrebbe essere: un contratto che decade nel momento in cui una delle due parti lo contravviene. Tu te ne scappi e sei divorziata… che ci vuoi di più dalla vita?? Il problema invece è: perchè comunque te ne devi scappare e non te ne puoi andare liberamente e serenamente così come sei venuta??
    E poi.
    Il matrimonio islamico è un contratto in cui ognuno può stabilire le proprie regole. Certo, nessuno potrà mai costringere qualcuno a rispettare i propri impegni assunti, ma che si sappia, almeno.
    Che ci si renda conto che si hanno delle responsabilità, che noi siamo quello che facciamo e che le azioni pesano come macigni.
    Adesso non so perchè questo commento l’ho scritto qua. Avrei dovuto scriverlo da Lia, ma l’ispirazione mi è venuta qua…
    Vabbè, magari la vado a chiamare.
    Post meraviglioso, comunque!
    Khadi

  2. 2 Renato Nov 2nd, 2006 at 12:42 pm

    ciao aladin (saluti anche a the genius senno’ s’incazza)

    invito a ragionare attorno a questa frase dell’ateo evoluzionista Dawkins (non mi ricordo parola per parola ma e’ su repubblica di ieri)

    ” i credenti moderati contribuiscono a creare atmosfera confortevole per gli estremisti ”

    riconducendo l’estremismo (che poi genera l’odio sul quale vivono la maggior parte dei conflitti) ad essere nutrito e sostenuto inconsapevolmente dai moderati, praticamente, sostiene l’ovvieta’ che non ci sarebbe il fondamentalista senza il moderato.

    dice, se ho ben capito, che il problema e’ la religione in quanto tale, e non la sua interpretazione.

    ci sto pensando.

    ciao

    r

  3. 3 broono Nov 2nd, 2006 at 5:58 pm

    Conosco troppo poco questa materia per poter avere delle parole da agiungere come contributo, però di non lascir detto nemmeno che questo pare proprio un bel post, non mi andava.

    Dico “pare” solo perchè appunto, non conoscendo la materia, nel merito non posso sapere se siano cose giuste (condivisibili) o no.
    Però fa pensare e questo direi che è già molto.
    (no, non “molto” per te, dico in generale, una cosa che fa pensare è molto…positivo)

    Saluti.

  4. 4 aladingenius Nov 6th, 2006 at 7:14 pm

    Scusate per il ritardo con cui rispondo…

    @Khadi: secondo me occorre fare delle distinzioni quando si parla di “regole della comunità” e libertà date dal contesto in cui queste comunità si sviluppano.
    Sicuramente in Italia si può vivere un islam più libero rispetto quello che si vive in Arabia Saudita, ma questo solo perchè in Italia la legge non ti impone di intepretare i precetti islamici in un dato modo, cosa che invece avviene altrove.
    Questo però non toglie che la comunità islamica in Italia abbia delle responsabilità. Se si vuole demandare alle leggi dello Stato la risoluzione delle controversie matrimoniali, allora che non ci si sposi solo in moschea. Se invece si ritiene di poter onorare il contratto del matrimonio sia all’inizio che alla fine, che lo si faccia. Senza sfruttare la libertà data dall’assenza di regole per fuggire dalle proprie responsabilità.
    L’islam italiano ti può permettere di “scappare” come dici tu. Ma solo se sei abbastanza forte da farlo.
    Da che mondo e mondo, chi può usare la forza non ha bisogno del Diritto per far valere le proprie istanze.
    E chi non può?

    @Renato: porterò i saluti al genio ;-)
    non sono molto daccordo con Dawkins. Su questo punto, almeno. Sembra quasi che parafrasi la frase di Marx secondo cui “la religione è l’oppio dei popoli”.
    Il termine “moderati” in sé, poi, mi fa abbastanza senso per quanto è insulso ed idiota. Ma a parte questo: non si può accusare qualcuno di responsabilità non sue.
    Posso pure peccare, io “moderato”, di un deficit di autocritica, ma da qui a dire che é colpa mia l’esistenza degli “estremisti” (altro termime abbastanza insulso) ce ne passa. Io sono responsabile della mia imperfezione, non della fallacia altrui.

    Chiamare “moderato” tizio ed “estremista” caio serve appunto per metterli sulla stessa barca e quindi poter accusare l’uno - che ha un volto, che non si nasconde, dei misfatti dell’altro - che invece non si fa giudicare in prima persona.
    Ritengo tra l’altro che i conflitti siano conflitti di identità, non di religione. Ci sono conflitti etnici, economici, ideologici, territoriali e sì, anche religiosi. Ma il problema non è il tipo di identità a cui fa riferimento il conflitto, ma il concetto di identità stesso.
    Io sono. Quindi esiste qualcuno che non sono Io. E quando c’è motivo di temere per la mia sopravvivenza, allora Io sono l’Odiato e l’Odiante. A prescindere dall’identità che mi sono appiccicato addosso. E’ un discorso lungo che voglio fare da tempo… forse presto su questi schermi ;-)

    Grazie per il passaggio e la citazione: la penso diversamente, ma la trovo comunque interessante!
    @broono: beh, grazie :-)

  1. 1 Haramlik Trackback on Nov 1st, 2006 at 12:25 pm

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