Dispiace vedere certe cose. D’altronde, il giornalista in questione, noto per la sua disonestà “intellettuale” nulla ha fatto se non rimanere nella sua solita bassezza morale.
Molte le persone che nei propri blog esprimono solidarietà a Lia e condannano il comportamento del giornalista del corriere. Non tanto per un fatto di buon gusto e deontologia professionale - che dovrebbero pure bastare, ma perché - a meno di salvifici cavilli - tale comportamento ha rilievo penale, come ricorda Gaspar nei commenti al suo post:
- Gaspar ha detto…
- Davide: consulta per favore l’articolo 623 bis del Codice Penale, introdotto dalla legge 23 dicembre 1993 n. 547 circa le norme del codice penale in tema di criminalità informatica. La posta elettronica viene considerata “comunicazione riservata” inviolabile alla pari del domicilio e dei segreti personali.
Non è un caso che Lia pensi di querelarlo. Sarebbe sicuramente in buona compagnia e la cosa non potrebbe che far piacere a coloro che conoscono bene questo personaggio. Se non altro per vederlo condannare in qualche forma e veder magari la sua testata, il Corriere della Sera, costretta a prendere posizione in materia. Di deontologia, s’intende.
Ho pensato però che la cosa potrebbe essere rischiosa per due motivi.
La solita lotta di Davide contro Golia in cui il singolo deve impegnarsi economicamente e temporalmente in una battaglia che gli (le) eròde continuamente giornate, umore ed energie mentre nel frattempo gli altri (bloggers, il querelato, i suoi colleghi,il direttore e via andare…) vivranno la propria vita dimenticando o dedicando qualche minuto di lettura per eventuali aggiornamenti. E’ il prezzo da pagare per ottenere giustizia, e si potrebbe anche fare.
(E anche se venisse condannato? E se pure l’Ordine dei Giornalisti arrivase a sospenderlo, che cambierebbe? Pure Feltri che non è iscritto all’ordine dei giornalisti - sospeso - non solo scrive quotidianamente le sue nefandezze, ma dirige persino il giornale in cui le scrive. Sono un po’ pessimista, lo so. Ma forse è che ritengo la soluzione una non-soluzione. Di difficile attuazione, pure.)
Dicevo: si potrebbe anche fare… se non che c’è un vuoto legislativo. Forse.
Una sola domanda: un nickname, un’identità virtuale, può andare in tribunale e fare causa per qualcosa? Lia - come tale - può querelare quel giornalista perché ha diffuso della sua corrispondenza privata? Nel momento in cui firmasse con nome e cognome la propria denuncia, sarebbe lo stesso sogetto giuridico che ha subìto il danno? O meglio: l’identità virtuale può essere soggetto giuridico ove non vi fosse riferimento - nell’atto di dolo - alla sua identità reale (giuridicamente riconosciuta e quindi detentrice di diritti).
Sembra che vi sia spazio per dei fastidiosi cavilli. Che meriterebbero una battaglia a parte, tra l’altro. La prima Va avanti (forse da sola) perché la Storia non si può fermare.
Links: gattostanco raccoglie i messaggi dei bloggers.
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