Archive for the 'fotografia' Category

Jazz today: Bassless

Stasera sarò qui:

Simone Massaron Bassless

Simone Massaron - Bassless

Tiziano Tononi, drums
Daniele Cavallanti, tenor sax
Simone Massaron, guitar

Associazione Culturale Alex Etxea-La Casa di Alex
Via Moncalieri 5, 20162 Milano
ore 21.30/22

Update: il photoset su flickr

Petra Magoni. Spremute di cuore, distillato di sguardi.

Petra MagoniHo dovuto spegnerla. Giuro.

Ché con Petra accesa, mica ce la facevo a concentrarmi e a scrivere di lei. Ma voglio farlo, vi voglio raccontare com’è successo che mi sono innamorato. Come ho perso la testa per Petra Magoni.

Era il 25 aprile e io scattavo fotografie. L’avevo fatto per tutto il giorno, durante il corteo della manifestazione. Poi, come ogni anno, sono andato al Paolo Pini, che è un ex ospedale psichiatrico. Molti lo definirebbero un ottimo posto per perdere la testa. Qui, si svolgeva il consueto evento “Appunti partigiani”: un palco, un pubblico e un sacco di gente da entrambe le parti.

Sotto i riflettori, per dire, erano passati gli Ska-J, gli Stormy Six, Marco Paolini e Paolo Rossi. E io avevo scattato fotografie a tutti loro. Per forza, poi, che si è scaricata la batteria.

Quando sul palco sono saliti Petra Magoni e Ferruccio Spinetti, non potevo immaginare. Uno vede un contrabbasso e una ragazza con un microfono e pensa all’ennesimo esperimento musicale, di quelli che durano giusto il tempo di un applauso. Ero già pronto con le mani.

Scritture di strada. Le foto.

Con il mio solito ritardo, ecco le foto.

ColoriE ora li si porta viaGavettoni di poesiaUn padre per sua figlia #1Il partigiano raccontaChissà cosa c'è scritto...DioRapido il pennelloConcentrazione agonisticaLascia leggere pure meBaratti (AMO) paroleLa rivoluzione siamo noi.RumenoLa locandinaVisto che scrivo anche io?

Per necessità, per rabbia e per amore. Scritture di strada.

Scritture di strada MilanoNon avevo seguito molto questa cosa delle “scritture di strada“. Non sapevo com’era nata e da chi. Come si stava sviluppando e perchè. Come si sarebbe evoluta e come. E, ovviamente, non avevo partecipato all’organizzazione. Come già in passato mi sono trovato ad aggregarmi all’ultimo. Con la macchina fotografica, ché il piacere di documentare le emozioni mi dà pace. Senza aspettative, dunque, se non quella di partecipare defilato e silenzioso all’evento. A rubare scatti di vita.

Questo nulla potenziale, però, si trasforma subito in un affascinante esperimento sociale. Bovisa, quartiere di periferia. Stranieri, vecchi e - per via del politecnico- studenti. La mattina gli italiani ti snobbano. Gli chiedi se - per favore - hanno voglia di scrivere qualcosa. E loro nemmeno si girano. Nemmeno rispondono. E se lo fanno, dopo il NO ci mettono un punto che non ammette repliche.
Da piazza Bausan, la mattina, passano per lo più stranieri. Nordafricani, cinesi, sudamericani. E anche loro rispondono NO. Ma poi aggiungono: Grazie. Poi qualcuno chiede: ma cosa? Qualsiasi cosa! No no, non so scrivere in italiano bene. E scrivi nella tua lingua, diciamo noi. In arabo, in rumeno o in spagnolo. In russo. In francese.
E allora accettano. E uno via l’altro, si siedono, scrivono qualcosa e poi salutano. Arrivano anche tardi al pranzo degli amici, per farlo. Ma vanno via sorridenti.

Da piazza Bausan, nel pomeriggio, di italiani ne passano di più. E quando arrivano i ragazzi di Eveline con pennelli tempere e assi di legno, diventano meno diffidenti. Smettono di domandare: ma che partito c’è dietro? Si fermano a lato, guardano. A volte chiedono. E infine si lasciano convincere.
E gli stranieri, con quella folla festante, tra pennelli e palloncini colorati; tra scritte su legno e altre su carta, tra macchine fotografiche e rollerblade. Tra tutto questo, gli stranieri della mattina, non si trovano a loro agio. E perciò si avvicinano di meno. Evitano. Rimandano per poi non tornare.

Le parole, poi. S’avvicina la signora incinta all’ottavo mese, italiana. E con i pennarelli comincia a disegnare. Ogni linea un colore diverso. Mentre il disegno prende forma mi avvicino a scattare e capisco. Non è un disegno, è una scritta. Incornciata seguendo la forma delle lettere. E’ una parola in arabo ed è inconfondibile. C’è scritto Allah. Dio. Incuriosito, le chiedo come mai. ‘Mi hai beccato’, mi fa. E poi me lo dice il perché. Quattro aggettivi usa, uno inanellato all’altro: ‘perché è immediato, semplice, bello, reale’.
Poi. Un egiziano che chiede se può scrivere una poesia. Per la sua ragazza, dice. Ex, aggiunge. ‘No la penna no -dice- voglio i pennarelli’. E la scrive in arabo scegliendo per ogni verso un colore. Come ad allontanare dalla sua vita, almeno per un po’, il grigiore delle difficoltà quotidiane. Viene fuori una poesia d’amore a colori, che finiamo con il tradurre insieme.
E ancora. Altri stranieri che scrivono per chiedere la regolarizzazione. Per lavorare, scrive uno. Ma che lavorare, gli rinfaccia l’altro, per poter tornare nel nostro Paese e riabbracciare i nostri cari. Di questo scrive, poco dopo, un rumeno. Altra lingua, stesso guaio.

E come se ci fosse un contrappasso in diretta, per tanti stranieri che in Italia ci vogliono rimanere da regolari, tanti - che cittadini invece lo sono - se ne vogliono andare. E anche se han già deciso, si vede che non lo fanno a cuor leggero. Gli fa male dover smettere di sperare che il proprio Paese possa farcela, e con la loro rabbia macchiano cellulosa bianca. Sperando che l’eco di quelle parole abbia un qualche effetto, in qualche futuro remoto.

Quelli che si fermano e ti chiedono: posso lamentarmi? Oh, certo che può. Si può tutto qui, non costa nulla. E allora lo fanno, scrivono e si lamentano. Ma poi non gli basta la carta, e anche se scripta manent, verba è più colorita. E così continuano a spiegarti a voce ciò che più gli sta a cuore.

E infine il partigiano che racconta le storie del ‘43, e una segretaria e poi un’altra raccolgono le sue testimonianze. Sono le sue mani, e lui, tramite loro ci regala ricordi.
E poi i bambini che giocano con le tempere, sporcando uno sportello di frigorifero direttamente con le mani intinte di rosso.

Questi affetti, questi problemi; queste speranze e questi dubbi… tutte queste storie attraversano tutti i giorni le piazze delle nostre città. Portate a spasso da persone che all’apparenza sono solo stereotipi. Maschere a cui già attribuiamo un nome e un destino. E invece… invece…

Invece no.

Le (prime) foto mie, le trovate qui. Ma anche qui, con quelle degli altri.

Altri commenti sulla giornata li hanno già lasciati narsil, su, irene, dadaumpa e zu

Perle ai porci

Sono stanco.
Tre giorni fa ho partecipato al corteo del 25 Aprile. Commemorazione della liberazione dal nazi-fascismo. Così, giusto per ricordarsi che cosa si festeggia. E contro chi/cosa si è combattuto. Prima che me ne dimentichi, prima che sia troppo tardi: ho scattato qualche foto alla manifestazione. Le trovate su flickr. Ce n’è anche qualcuna di “appunti Partigiani 2006“, evento che ogni anno rappresenta la prosecuzione del 25 aprile, presso l’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini.

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Dicevo: sono stanco.
Tutte le mattine su Rai radio3 c’è un programma: PrimaPagina. Ogni settimana un giornalista scandaglia i quotidiani leggendo notizie ed editoriali. Spesso lo ascolto in differita grazie ai podcast.

Sono stanco. Questa settimana, proprio questa, a leggere i quotidiani c’è una giornalista del Foglio, Marina Valsenise. Proprio nella settimana del 25 Aprile. Nausea.

Ma fosse lei il problema. Fosse il Foglio, il problema, uno ci ha già fatto il callo.
Dicono: Sì ma Ferrara è intelligente. Come se l’intelligenza fosse in sé un valore assoluto. Come se fosse da encomiare, che so, un serial killer che commette efferati delitti. Eh sì, ma è davvero da ammirare la sua meticolosità e determinazione. Nel raggiungere il suo fine di rituale distruzione senza essere fermato è davvero bravo.
Clap Clap.

Ma no. Il problema non è quello. Sono stanco già da un po’, direi. Dalle elezioni irachene dell’anno scorso, pressappoco. E’ sfiducia, la mia. Pessimismo, forse. Speranza violata.

A PrimaPagina si leggono gli editoriali e i resoconti del 25 Aprile. E tutta l’attenzione sui fischi eversivi alla Moratti. Che, poverina, era lì a commemorare anche lei la liberazione dal nazi-fascismo. Ché lei accompagnava l’anziano padre ex-deportato. Solo quest’anno però. E lei no, non era lì a cercare i fischi, a provocare, a fare incetta di materiale per la sua campagna elettorale per il Comune di Milano. No no. Lei non è alleata con i post (ma quanto post?) fascisti. No.

E che diamine, i fischi poi. In una democrazia? Scherziamo? Sarà mica un paese civile chi protesta fischiando i propri politici e aspiranti tali.

E poi le bandiera di Israele data alle fiamme. Un gesto assurdo durante la manifestazione che commemora la liberazione da queli stessi tiranni che gli ebrei li hanno deportati, uccisi, sterminati. Assurdo sì.

Una bandiera, un pezzo si stoffa che è in realtà un Simbolo. Un simbolo che rappresenta qualcosa e qualcuno e di questo qualcuno rappresenta le azioni, sia quelle condivisibili che quelle esecrabili. Bruciare tutto questo, può essere equiparato ad un’azione eversiva?

I simboli, a me, piacciono poco. Li temo. Appiattiscono. Sminuiscono. Intensificano alcuni aspetti e ne adombrano altri. Vanno capiti, i simboli. E quando vengono usati, devono essere interpretati.

E’ chiaro - anzi no, non lo è - che bruciare la bandiera con la stella di David non rappresenta un’aggressione contro gli israeliti. Nè contro la totalità del popolo di Israele. Ma lo Stato di Israele, rappresentato da quella bandiera, ha un governo. Che mette in pratica azioni. Che vengono considerati - e secondo me a ragione - esecrabili da una fetta non indifferente delle persone chiamate ad esprimersi.

E’ per caso violenza protestare contro la politica di un governo bruciando la sua bandiera? Si potrebbe obiettare che non è esattemente sua, del governo. Ma dell’intero Paese. Certo, sono daccordo. Allora facciamo così: ogni governo si faccia la sua bandiera. Così che quando farà qualcosa di incondiviso, si possa bruciare un pezzo di stoffa che non offenda persone non rappresentate dallo stesso.

I simboli sono pericolosi, potenti, ambigui. Ma ancora più pericolo è affidarsi - per comprendere - ad una classe di intellettuali e corsivisti inetti, capaci solo di riempire le pagine dei giornali con analisi pressapochiste e superficiali.

Che vuol dire, poi, lamentarsi con Prodi e il centro-sinistra di fischi e roghi? Che cosa significa rispondere “non è sufficiente” ad una presa di posizione che smentisce legami ideologici con tali atteggiamenti? Davvero, non capisco.

Cosa si pretende? Una fucilazione di massa per mano di D’Alema, Prodi, Fassino e Bertinotti?

Qualcuno mi può dire qual è un modo non-violento di dissentire che piaccia a lor signori? Che forse si preferiscano molotov contro auto parcheggiate, forze dell’ordine ed esercizi commerciali?
Sono stanco. Davvero.

Neve a Milano, le prime conseguenze

Stamattina ho fatto un giro vicino casa, a documentare il casino provocato dalla nevicata notturna. Alberi divelti e caduti sui tralicci del tram. Strade bloccate, traffico in tilt.
E menomale che è sabato….

Qui il photo set su flickr.

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Mapplethorpe

Volevo scrivere qualcosa sulla mostra delle opere di Mapplethorpe, vista sabato a Torino, in compagnia di eddie e altri amici.

Mapplethorpe - selfportrait

Lei, però, ha già scritto tutto quello che avrei potuto dire io. Ma che dico, ha scritto molta più roba. E in ogni caso sottoscrivo tutto.

fmp6 foto

Eccole, le foto. Quelle scattate l’altra sera, durante la fulminea-mobilitazione-politico-poetica-per-Pier-Paolo-Pasolini, a Milano.

fmp6 milano - Eumenidi

fmp6 milano

Qui, invece, ne troverete altre davvero belle. Scattate da Sergio Bertolini (grazie Flickr!).

Ecco il photoblog

Ho quasi 38 di febbre, però sono stufo di rimandare. Quindi lo metto su com’è.

Piano piano lo ultimerò. Renderlo pubblico mi spronerà :)


Ringrazio pubblicamente
ed in ordine alfabetico gli amici che hanno subito il supplizio del testing della beta version.
Da allora, lo so, non sono stati fatti grossi passi in avanti. All’apparenza. Infatti ora è tutto su MySql e non più su Ms-Acces, il che mi permetterà di fare tutti gli aggiornamenti che ho in mente.

Che lo apro affà?

Quando vedo foto del genere, mi chiedo: ma io, il photoblog, che lo apro a fare?

In ogni caso sta arrivando. Nel frattempo godetevi questo spettacolo.


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