Archive for the 'politica' Category

Sull’astensione

Non so chi sia Beppe Sebaste, ma ho letto questo suo pezzo qualche giorno fa su Nazione Indiana, postato da Gianni Biondillo, che invece so chi è perché ho letto un suo romanzo. E’ un pezzo che ho condiviso pienamente.

Il narcisismo di chi vuole astenersi dal voto si ammanta infatti della pretesa di identificarsi totalmente nell’atto del voto, di specchiare se stessi nella crocetta apposta sul simbolo elettorale, come se esistesse un simbolo o un partito capace di riflettere la complessità di sentimenti, aspirazioni e idee politiche di cui ognuno è portatore (consapevolmente o no). A chi ha questa assurda, ingenua pretesa, ricordo che il voto è un atto pragmatico che non esaurisce la politica che conta davvero, quella che ogni santo giorno ogni persona conduce in ciò che fa e che non fa - beninteso anche dopo le elezioni. Nessuna cabina elettorale può legittimamente contenere questo universo.

Come ora non condivido nella maniera più assoluta il post di Gianluca Neri che ho appena letto su Macchianera. Un post in cui non difende semplicemente la scelta del suo astensionismo, ma pretende di dare lezioni morali a chi a votare ci è andato.

Siamo ad oggi: il governo che due anni fa avete proposto per guidare il paese, un pastrocchio centrosinistro appesantito, tra gli altri, dai nomi di Intini, De Mita e Rutelli, non è riuscito a durare nemmeno la metà del tempo che si era ripromesso di restare in carica. Per la legge dell’alternanza che la scorsa volta ci permise uno scarto positivo dello 0,7 per cento, questa volta toccherà inevitabilmente agli altri e, indovinate? E’ tutta colpa vostra.

Non mi pare che non ci fossero alternative al PD, più a sinistra del PD o più laiche del PD.  Scegliere di non votare per mandare un segnale alla classe politica può essere considerato un voto di protesta, una richiesta di cambiamento, una strategia che il singolo elettore adotta per raggiungere i suoi scopi - che possono essere anche di lungo periodo.

Ma che non si pretenda di elevare questa strategia a Verità Assoluta screditando chi invece ha scelto di scendere a compromessi andando a votare, magari turandosi il naso, il partito che meno si allontanava dalle sue convinzioni. Che il narcisisimo non diventi spocchia.

Quello che sarebbe stato il mio voto utile

(avrei dovuto scriverlo una decina di giorni fa, questo post)

Io non posso votare, non ho la cittadinanza italiana. Ma se avessi questo diritto lo eserciterei. Anzi, l’avrei già esercitato ieri.

All’inzio, per la prima volta, pensai che in queste consultazioni non avrei votato. Nel caso ne avessi avuto diritto, s’intende.

Io sarei qui

Avrei qualcosa da dire sul concetto di voto utile.

Nel frattempo, è giusto che si sappia: io sarei lì.

Io sono qui

E tu? (questionario di openpolis in 25 domande)

via Auro, Zu, Leonardo


Buona Pasqua Cristiano Allam

Buona Pasqua a Magdi Cristiano Allam.

Chi mi conosce lo sa:a me lui non é mai piaciuto. L’ho sempre trovato viscido e intellettualmente disonesto. Tipo Ferrara, ma più viscido.

Ogni volta che mi trovavo a leggere un suo pezzo mi venivano i cinque minuti. Ora mi fa solo ridere. No, non ha cambiato genere lui, mi sono evoluto io, come i Pokemon. È riso amaro, certo, ma non ho mai detto di aver raggiunto il Nirvana!

In ogni caso ritengo che la Fede faccia e deve far parte della sfera personale. Ognuno deve avere la libertà di Credo e sono felice di vivere in un paese in cui questo diritto è sancito nella Carta Costituzionale.

Questo tipo di scelta -la conversione- non può essere oggetto di discussione e noi non abbiamo nessun titolo per interferire o dare giudizi sul percorso che l’ha generata.

A differenza di molti sono anche contento che la sua conversione sia avvenuta per mano del Papa. Spero che l’eco mediatica ricevuta, tra le altre cose, lo metta al riparo da qualche folle assassino che sente di agire come ambasciatore di Dio. Il fatto che sia stato battezzato dal Papa implica non solo un atto religioso, ma anche politico. E quindi anche le reazioni del mondo islamico dovranno essere guidate dalle regole della politica e non solo da quelle della piazza.

Ovvero: se si fosse fatto battezzare in sordina da un anonimo parroco di quartiere, la scelta sarebbe stata solo religiosa. Ma lui è un un personaggio - nostro malgrado - pubblico e discusso e reazioni alla sua conversione ci sarebbero state ugualmente. La sua conversione sarà vista molto male da parecchi religiosi islamici. Sia dagli equivalenti dei parroci di quartiere, sia dalle autorità religiose più autorevoli.

Ma con maggiorre potere arrivano anche maggiori responsabilità, proprio per questo non mi aspetto che Al Azhar emetta una fatwa chiedendo lo scalpo di Allam, colpevole di apostasia.
Spero che il coinvolgimento diretto del Papa porti il dibattito ad un livello più elevato, togliendo così l’esclusiva della discussione al sottobosco delle chiacchiere da bar, dove per muovere le pance si può arrivare a dire di tutto, a giustificare di tutto.

Detto questo, quello che salta è tema delle conversioni, che mi pare in sé interessante. Allam non é il primo che fa questa scelta e nemmeno sarà l’ultimo.

Nelle società non (ancora) secolarizzate, in cui l’appartenenza alla comunità avviene su base prevalentemente religiosa, l’apostasia é vista molto male, per usare un eufemismo. Nella migliore delle ipotesi vieni guardato male dai vicini. Nella peggiore vieni condannato a morte. E dopo che sei morto i vicini guarderanno male tutta la tua famiglia. Per due o tre generazioni.

Viva quindi le società secolarizzate, in cui la religione non assume un importanza vitale e ognuno può credere in Quel che gli pare senza rischiare di perdere la propria vita sociale o… la propria vita.

Paradossale vero? Meno la Religione é “importante” nel posto in cui si vive e più si riesce a viverla con pienezza. Senza interferenze esterne. Senza pressioni sociali che impongono un’interpretazione o un’altra delle parole del Creatore. Perché poi, in una società non secolarizzata é quello il problema, il Pensiero Unico.

In una società non-secolarizzata ci sono alcuni elementi da considerare:

  1. Il messaggio spirituale-religioso viene distorto e adattato in funzione delle esigenze di chi detiene il potere, a qualsiasi livello (vedi maschilismo).
  2. A lungo andare non si riesce più a distinguere il messaggio spirituale di partenza e si ha l’impressione che qualsiasi regola imposta dalla società sia parola di Dio, e quindi non in discussione.
  3. C’è un’ingiustificata ostilità verso chiunque mostri queste contraddizioni o proponga interpretazioni differenti.

Torniamo alla conversione. In parole povere consiste nel barattare una Verità assoluta con un’altra Verità assoluta. Si toglie il carattere di Verità al precedente Credo e lo si cede a quello nuovo.

E’ un percoso faticoso. Più facile se viene fatto lontano dalla società non-secolarizzata di appartenenza, ma sempre faticoso. Eppure sembra un’operazione a somma zero, dopotutto ci si affida sempre ad un Verità. Punto e a capo, si direbbe.

Però qualcosa ci si guadagna: si spazzano via in un colpo solo tutti gli strati di cui ai punti 1, 2, e 3. Tabula rasa. Se si ha bisogno di una Verità Assoluta risulta più facile così che lottare con i propri correligionari nel tentativo di dimostrar loro che c’è qualcosa che non va nelle loro interpretazioni.

Si guadagna anche un’altra cosa. La possibilità di scegliere quali regole seguire e quali no, tipica di chi vive la propria fede in una società secolarizzata. Avete presente tutti i cattolini non-praticanti? Ecco, loro scelgono. Oppure quelli “Credo in Dio ma non nella Chiesa”? Ecco, anche loro scelgono. Ma possono farlo perché la società in cui vivono non li giudica in modo negativo quando rispondono in quel modo.

Chi si converte fa esattamente questo tipo scelte. Sceglie cosa prendere e cosa lasciare, del nuovo Credo (visto che in quello vecchio non poteva).

Non ha amici, famigliari e vicini da deludere con le piccole scelte. Se il taglio è stato netto, gli amici, famigliari e vicini sono già stati allontanti con la grande scelta della conversione. Se il percorso è stato più diluito nel tempo, per gli amici che si sono persi per strada se ne sono trovati altri. Nuovi amici per cui ogni passo - anche il più piccolo - in direzione della nuova religione è fonte di soddifazione e attestati di stima.

Questo non vuol dire che i convertiti abbiano meno fervore, anzi. Spesso sono i più entusiasi sostenitori delle posizioni più conservatrici, ma questo rientra nella libertà d’opinione e mi interessa meno.

Torniamo ad Allam. All’eco mediatica che la sua conversione ha avuto in tutto il mondo. Al fatto che sono contento che sia stato battezzato dal Papa e non dal parroco di quartiere.

Sapete cosa mi piacerebbe avenisse adesso?

Che ci fossero migliaia di conversioni. Un sacco di persone che prendono coraggio e fanno outing. Voglio le olimpiadi delle conversioni. Ebrei che diventano musulmani, cristiani che diventano ebrei, buddisti che diventano cristiani. E tutte le possibili combinazioni con tutte le possibili religioni esistenti. E no, non mi interessa nemmeno ascoltare i loro dibattiti aventi come titolo “Quali sono le Vere Regole di Vita che Dio Vuole che Noi Si Segua per Guadagnare la Vita Eterna nell’Aldilà in base ai Testi Sacri che Ci ha lasciato nei Millenni“.

No, mi verrebbe semplicemete voglia di lasciarli lì a discutere per i prossimi cinquant’anni mentre fuori, tutti gli altri, semplicemente e umilmente vivono. E magari discutono sulle “Regole di Vita che sarebbe giusto darsi per convivere pacificamente nell’Aldiqua“.

Io sto con tutti gli altri, ché i dibattiti sterili non mi piacciono. E ho imparato a non credere alle Verità Assolute.

La conversione di Allam non mi fa né caldo né freddo. Non cambia il mio giudizio su di lui. Continuo a trovarlo intellettualmente disonesto ma essendo io evolutomi come un Pokèmon, ora quello che scrive mi fa ridere, non più arrabbiare. Un esempio? (grassetti miei)

Il miracolo della Risurrezione di Cristo si è riverberato sulla mia anima liberandola dalle tenebre di una predicazione dove l’odio e l’intolleranza nei confronti del «diverso», condannato acriticamente quale «nemico», primeggiano sull’amore e il rispetto del «prossimo » che è sempre e comunque «persona»; così come la mia mente si è affrancata dall’oscurantismo di un’ideologia che legittima la menzogna e la dissimulazione, la morte violenta che induce all’omicidio e al suicidio, la cieca sottomissione e la tirannia, permettendomi di aderire all’autentica religione della Verità, della Vita e della Libertà.

Le lacrime agli occhi, sul serio. Allam, contro l’intolleranza nei confronti del diverso, contro le menzogne e la dissimulazione. Ma dai?! Ma si è mai letto?

Buona Pasqua comunque, eh.

Prodi, non cadere

Hai voglia ad essere insoddisfatto dell’azione di governo e delle continue crisi, di Mastella immanicato e di Di Pietro che firma con l’Opposizione per il mantenimento della società per il Ponte di Messina… ma l’alternativa, oggi, qual è?

Su questo, condivido le parole di Francesco.

Cambiando prospettiva

ex birmania monaci

Perle ai porci

Sono stanco.
Tre giorni fa ho partecipato al corteo del 25 Aprile. Commemorazione della liberazione dal nazi-fascismo. Così, giusto per ricordarsi che cosa si festeggia. E contro chi/cosa si è combattuto. Prima che me ne dimentichi, prima che sia troppo tardi: ho scattato qualche foto alla manifestazione. Le trovate su flickr. Ce n’è anche qualcuna di “appunti Partigiani 2006“, evento che ogni anno rappresenta la prosecuzione del 25 aprile, presso l’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini.

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Dicevo: sono stanco.
Tutte le mattine su Rai radio3 c’è un programma: PrimaPagina. Ogni settimana un giornalista scandaglia i quotidiani leggendo notizie ed editoriali. Spesso lo ascolto in differita grazie ai podcast.

Sono stanco. Questa settimana, proprio questa, a leggere i quotidiani c’è una giornalista del Foglio, Marina Valsenise. Proprio nella settimana del 25 Aprile. Nausea.

Ma fosse lei il problema. Fosse il Foglio, il problema, uno ci ha già fatto il callo.
Dicono: Sì ma Ferrara è intelligente. Come se l’intelligenza fosse in sé un valore assoluto. Come se fosse da encomiare, che so, un serial killer che commette efferati delitti. Eh sì, ma è davvero da ammirare la sua meticolosità e determinazione. Nel raggiungere il suo fine di rituale distruzione senza essere fermato è davvero bravo.
Clap Clap.

Ma no. Il problema non è quello. Sono stanco già da un po’, direi. Dalle elezioni irachene dell’anno scorso, pressappoco. E’ sfiducia, la mia. Pessimismo, forse. Speranza violata.

A PrimaPagina si leggono gli editoriali e i resoconti del 25 Aprile. E tutta l’attenzione sui fischi eversivi alla Moratti. Che, poverina, era lì a commemorare anche lei la liberazione dal nazi-fascismo. Ché lei accompagnava l’anziano padre ex-deportato. Solo quest’anno però. E lei no, non era lì a cercare i fischi, a provocare, a fare incetta di materiale per la sua campagna elettorale per il Comune di Milano. No no. Lei non è alleata con i post (ma quanto post?) fascisti. No.

E che diamine, i fischi poi. In una democrazia? Scherziamo? Sarà mica un paese civile chi protesta fischiando i propri politici e aspiranti tali.

E poi le bandiera di Israele data alle fiamme. Un gesto assurdo durante la manifestazione che commemora la liberazione da queli stessi tiranni che gli ebrei li hanno deportati, uccisi, sterminati. Assurdo sì.

Una bandiera, un pezzo si stoffa che è in realtà un Simbolo. Un simbolo che rappresenta qualcosa e qualcuno e di questo qualcuno rappresenta le azioni, sia quelle condivisibili che quelle esecrabili. Bruciare tutto questo, può essere equiparato ad un’azione eversiva?

I simboli, a me, piacciono poco. Li temo. Appiattiscono. Sminuiscono. Intensificano alcuni aspetti e ne adombrano altri. Vanno capiti, i simboli. E quando vengono usati, devono essere interpretati.

E’ chiaro - anzi no, non lo è - che bruciare la bandiera con la stella di David non rappresenta un’aggressione contro gli israeliti. Nè contro la totalità del popolo di Israele. Ma lo Stato di Israele, rappresentato da quella bandiera, ha un governo. Che mette in pratica azioni. Che vengono considerati - e secondo me a ragione - esecrabili da una fetta non indifferente delle persone chiamate ad esprimersi.

E’ per caso violenza protestare contro la politica di un governo bruciando la sua bandiera? Si potrebbe obiettare che non è esattemente sua, del governo. Ma dell’intero Paese. Certo, sono daccordo. Allora facciamo così: ogni governo si faccia la sua bandiera. Così che quando farà qualcosa di incondiviso, si possa bruciare un pezzo di stoffa che non offenda persone non rappresentate dallo stesso.

I simboli sono pericolosi, potenti, ambigui. Ma ancora più pericolo è affidarsi - per comprendere - ad una classe di intellettuali e corsivisti inetti, capaci solo di riempire le pagine dei giornali con analisi pressapochiste e superficiali.

Che vuol dire, poi, lamentarsi con Prodi e il centro-sinistra di fischi e roghi? Che cosa significa rispondere “non è sufficiente” ad una presa di posizione che smentisce legami ideologici con tali atteggiamenti? Davvero, non capisco.

Cosa si pretende? Una fucilazione di massa per mano di D’Alema, Prodi, Fassino e Bertinotti?

Qualcuno mi può dire qual è un modo non-violento di dissentire che piaccia a lor signori? Che forse si preferiscano molotov contro auto parcheggiate, forze dell’ordine ed esercizi commerciali?
Sono stanco. Davvero.

Le radici orwelliane della vittoria di Bush

Massimo Moruzzi (dot-coma) linka questa immagine qui. Un po’ più grande ovviamente.
Vedete quei puntini in azzurro che sembrano piccoli laghetti? Ecco quelle sono le contee in cui ha vinto John Kerry. Il 22% del territorio americano. Bush si è preso tutte le contee in rosso.
Impressionante vero?
Considerando che Kerry ha perso con un distacco di "appena" tre milioni e mezzo di voti - e dico appena perchè guardando la mappa si sarebbe autorizzati a pensare diversamente - si direbbe che i democratici hanno vinto nelle contee più popolose.
I repubblicani hanno quindi rallestrato gran parte dei propri 59 milioni di voti nelle campagne e in villaggi semi-abitati.
Si potrebbe pensare che ci sia un legame diretto tra densità di popolazione di una determinata area, e la tendenza di questa a votare per una parte politica. E se così fosse, perchè i repubblicani vincono nelle contee meno abitate?

Democrazia. Senso critico. Informazione.
Affinché ci sia democrazia occorre che le persone possano esprimere liberamente le proprie opinioni. Per poterne formulare occorre che possano avere accesso ad informazioni che poi elaboreranno in funzione dei propri codici etici o morali.
La capacità di mettere in discussione l’informazione è un elemento fondamentale affinché la democrazia preservi sé stessa. Infatti, come scrive Orwell in "1984":

Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato.

Si può controllare il presente manipolando del tutto le informazioni. Oppure facendo in modo che chi vi accede non sia capace di comprenderne completamente il senso e togliendogli così la possibilità di metterla in discussione.

Quindi?
Bush e la sua amministrazione hanno fatto quel che tutti sappiamo in questi quattro anni. Hanno raccontato bugie e commissioni ufficiali e non, li hanno smascherati. Kofi Annan, sebbene con forte ritardo, ha bollato la guerra in iraq come illegale. C’è stata una fortissima mobilitazione contro questa amministrazione negli Usa e nel mondo. Film, manifestazioni, libri, blog. Chi ha potuto ha fatto la sua parte per tirare fuori la verità ed impedire ai Repubblicani di ottenere il secondo mandato.
Com’è potuto accadere che 59 milioni di persone abbiano ignorato questi elementi?
Possibile che sia più importante impedire agli omosessuali di sposarsi che evitare che un bugiardo portatore di morte e povertà continui a guidare il destino dell’intero Paese (e influenzi quello del resto del mondo)?
Non ho una risposta. Di certo non voglio accusare i fondamentalisti cristiani. Non perchè non abbia influito la fede religiosa dell’elettorato repubblicano, ma perchè da solo non basta a giustificare che abbiano votato per chi li ha presi in giro per quattro anni (e chiesto ai loro figli di andare a morire in Iraq e in Afghanistan).

C’è qualcosa che è stato tolto agli abitanti delle piccole conteee: la capacità di mettere in discussione l’informazione. Il diritto del dubbio. Il senso critico.

Dopo aver scritto tutte queste riflessioni, mi sono azzardato a seguire un link all’interno di quello segnalato da Massimo Moruzzi e vorrei riportare questo:

I think I spent about an hour looking at that map. It’s simply amazing. You can almost pick out every major university town in the America, simply by finding the few blue spots in an ocean of Red.

Beh, qualcosa di vero forse c’è, nelle mie paure.

Bipolarismo, la panacea?

Governare con il multipartitismo non è facile. Occorre impegnarsi in lunghe concertazoni e scendere continuamente a compromessi per poter ottenere dei risultati concreti. L’imbalsamento dei processi istituzionali porta così a fasi di stallo che impongono un cambio di guida.

Se l’obiettivo, dunque, è la governabilità del Paese il bipolarismo è un’ottima soluzione: prima governo io, poi governi tu. Alla concertazione tra partiti viene preferita la tranquillizzante contrapposizione dei poli. Opposti, si presume.

In teoria si dovrebbe guadagnare in stabilità: i governi durano di più e i programmi vengono portati avanti.

Per l’elettorato, si dovrebbero semplificare le cose: alla separazione netta tra i due schieramenti conseguono meno dubbi e una partecipazione alla vita politica più facile.

Il rischio di paralisi istituzionale, però, c’è sempre. Se i poli sono veramente opposti, quello che il primo legifera non dovrebbe andar bene al secondo. Non potendo costruire su fondamenta di cui non ci si fida, la soluzione è radere al suolo il lavoro fatto dalla precedente legislatura e rifare tutto secondo le proprie convinzioni. Si finirebbe per fare come Penelope con la tela, per citare Rutelli.

Cosa avviene però, nella pratica?

Succede che tra i poli non si distingue una netta linea di demarcazione. L’uno confluisce nell’altro e invece di sinistra e destra abbiamo centro-sinistra e centro-destra. L’identità dei poli viene quindi definita dalle formazioni politiche che si collocano agli estremi.

L’appiattimento sulle posizioni centrali è conseguenza anche della ricerca di consenso della maggior parte dell’elettorato, che spesso – erroneamente - viene definito “moderato”. Associarvi il termine “moderazione” infatti, implica un giudizio di carattere positivo che esclude automaticamente le altre formazioni politiche dallo stesso. Queste quindi, e l’elettorato che rappresentano, devono giustificare le proprie posizioni prima ancora di poter accedere alla dialettica politica.

Guardando da vicino questa fetta di elettorato sarebbe utile poter distinguere tra moderati e poco informati. Oppure tra moderati e disinteressati. E ancora, gli indecisi.

In un sistema bipolare il centro è costretto a dividersi tra i due raggruppamenti; un po’ di qui e un po’ di lì. Invece di eliminare la concertazione, quindi, ci si trova a doverla vivere sia in un polo che nell’altro, per poter mettere d’accordo il centro con l’estremo. Solo la presenza di un leader forte come Berlusconi può limitare l’utilizzo della stessa. Non annullarne il bisogno però, come dimostrano gli eventi politici successivi agli scarsi risultati elettorali delle Europee 2004.

Se ogni polo presenta un centro che poco si distingue dal suo corrispettivo nell’opposto raggruppamento, si può facilmente intuire come non si può arrivare alla Tela di Penolope che :

C’è in Italia una profonda stanchezza verso uno pseudo-riformismo degno di Penelope, fatto di leggi che riformano leggi che ne avevano riformate delle altre: una famiglia media, oggi, non viene a capo di come funzionerà la vita scolastica dei propri figli, inciampa nella tormentata attuazione della riforma dell´Università, soffre l´incertezza della precarietà del lavoro e la connessa assenza di sicurezze sociali, non ha capito se ci sarà un condono edilizio, non ha chiaro quando convenga andare in pensione, non sa neppure se i più giovani avranno una pensione decente. Un´impresa vede cambiare in continuazione le regole, gli incentivi, il fisco

Non ha tutti i torti il Presidente della Margherita. Si andrebbe a perdere il principale vantaggio del bipolarismo: la governabilità.

Cosa si dovrebbe fare quindi? Andare al governo una volta vinte le elezioni – se li si vince, ovvio – e lasciare intatto un impianto legislativo in cui non si crede e contro cui si è ferocemente – ferocemente? - combattuto dai banchi dell’opposizione nei cinque anni precedenti?

La situazione sarebbe questa se i poli fossero veramente contrapposti, se la linea di demarcazione fosse netta sul serio.

A Rutelli vanno bene le riforme messe in atto dal Polo: le sue posizioni sono più vicine a quelle di Forza Italia che di Rifondazione Comunista.

E in assenza di un leader forte e mass-mediaticamente carismatico – sui cui interessi fare quadrato – il bipolarismo aiuterebbe ben poco l’Ulivo che si troverebbe incapace di mantenere la stabilità di governo sballottato come sarà dall’impossibile concertazione tra sinistra radicale e centro.

Perchè poi diciamolo: il centro si sta spostando sempre più verso destra, ultimamente.

Ma se riuscisse a governare, l’Ulivo, sarebbe così diverso dal Polo? Riuscirebbe a rilanciare l’economia del Paese, ridurre le iniquità sociali, abbattere la disoccupazione, aumentare la qualità della vita?

Sono convinto di no, e non per semplice pessimismo.

La risposta è da ritrovare al di fuori dei confini nazionali.

(continua…)

Democrazia, un modello incompleto

Pfall parla di democrazia a proposito del referendum per cui l’opposizione in Venezuala sta raccogliendo le firme.

Non sono informatissimo sui “difetti formali” di cui si parla, quindi non so se siano da attribuire ad un reale intervento di Chavez o meno. Anzi, quello che so sul Venezuela l’ho letto su un pezzo di Stefano Vernole, su disinformazione.it (via articolo 21)

Se non fosse questo il caso - ed è il punto che mi interessa di più - se quindi Chavez non ne è il responsabile, non riuscirei a collegarlo all’abilità di Berlusconi di superare indenne i processi dato che in molti casi lo fa attraverso leggi ad personam.

E nemmeno vedrei un parallelo con la vittoria delle elezioni da parte di Bush visto che - come espone chiaramente Micheal Moore nel suo libro “White Stupid Man” - è il frutto dell’aiuto da parte del frattelo Jeb - governatore della Florida. Questi, infatti, ha modificato la legge elettorale per favorire il fratello:

La legge dice che gli ex criminali non possono votare in Florida. E sfortunatamente […] questo significa che al 31 per cento di tutti i neri della Florida è proibito votare perché le loro fedine penali sono macchiate da qualche crimine. Harris e Bush sapevano che togliendo i nominativi degli ex criminali dalle liste elettorali avrebbero tenuto alla larga dalle cabine di voto migliaia di cittadini neri.

Non è pericoloso accettare l’utilizzo di questi trucchi come una naturale espressione della democrazia? Piuttosto, il verificarsi di questi episodi mostra i limiti di un modello non completamente maturo incapace di difendersi dagli attacchi interni di chi vuole abusarne per far passare la percezione di legalità.

Sono daccordo con Pfall quando dice che i tecnicismi formali fanno parte della democrazia, anzi, sono la democrazia ma ritengo che una maliziosa interpretazione di questi formalismi o peggio, la creazione ad hoc di essi rappresenti un abuso che va in contrasto con i concetti stessi che ne stanno alla base.

Se poi veramente Chavez stesse mettendo i bastoni tra le ruote ai suoi avversari, sfruttando la sua posizione di potere per portarsi in vantaggio, allora non ci vedrei nulla di male nell’imporre sanzioni.
Questi stessi provvedimenti li vedrei benissimo a carico di George Bush e Silvio Berlusconi, per intenderci.
Che poi sia irrealistico - almeno nei prossimi decenni - eludere il sistema dei due pesi e due misure


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