Una ragazza sui diciott’anni arriva magra e imbronciata alla fermata. Prima arrivano le sue zinne tese sotto una maglietta grigia e sottile. Ha il berretto da baseball blu scuro, i capelli neri e la spalla sinistra nuda. Non tiene il muso perché il tram è in ritardo, te ne ne accorgi quando segui il suo sguardo, carico di disgusto e rancore. Di quelli che si riservano a qualcuno che ti ha appena giudicato, insultato, umiliato. Un qualcuno a cui non puoi reagire come vorresti. Un qualcuno come può esserlo tuo padre.
Ci dev’essere una distanza precisa tra i denti di sopra e quelli di sotto. Se è diversa sono guai. Diventi facilmente soggetto a emicranie e in ogni caso la tua forza muscolare non dipenderà solamente da quante ore passi ad alzare pesi in palestra davanti ad uno specchio.
Il tizio che precede la ragazza sembra un metalmeccanico in pensione. Passeggia nei pressi della fermata. Ormai è lontano, ma lei continua a fissarlo con disgusto. Forse ti sbagli, forse non è suo padre. Forse è solo un tintobrass che ha fatto qualche apprezzamento di troppo sulla sua spallina nuda. O sui suoi capezzoli che puntano il tessuto leggero della maglietta attillata.
La ragazza col muso ha lo sguardo di come quando vorresti reagire facendo qualcosa di catartico. Tipo brandire una mazza chiodata e infierire sul cranio della tua vittima fino a che le ossa smettono di rompersi, fino a che non ci sono più ossa che si possano rompere e i tuoi fendenti raccolgono solo il ciaff ciaff della mazza che colpisce un mucchio di carne a bagno maria.
Il pensionato ha i capelli di un grigio chiaro, pettinati con cura, con la scriminatura a lato. Gli occhi azzurri e acquosi si poggiano vagamente sul mondo circostante attraverso due sottili lenti senza prestargli particolare attenzione.
Continui a leggere Palanhiuk, ascoltare i Rammstein e a masticare una cicca morta dementificata e defluorizzata. Hai prestato il lettore mp3 ad un amico per le ferie e quando te l’ha restituito ci hai trovato i Rammstein. Metallo pesante teutonico. Direttamente dalle fornaci del Terzo Reich. Ci danno dentro i ragazzi. Martellano come il tuo mal di testa.
Si chiama “distanza verticale†quella che dev’esserci tra i denti di sopra e quelli di sotto. Se non è corretta riesci a esercitare meno forza di quella che potenzialmente potresti. Si digrignano i denti, quando si fa uno sforzo fisico. Sposti un armadio da una parte all’altra della stanza e mentre lo fai digrigni i denti. Se vengono in contatto prima del necessario hai perso forza potenziale e fai più fatica. Se il tratto che devono percorrere è troppo lungo, pure hai perso forza potenziale e fai più fatica. E’ tutto collegato.
La tua emicrania pulsa al ritmo della musica dei Rammstein, ma non è per i denti. Hai bevuto troppo caffè negli ultimi dieci giorni. Nelle ultime dodici ore hai esagerato. Davanti a te si affacciano le prossime dodici, costellate di tanti piccoli bicchierini di plastica bianca con dentro bollente liquido color marrone scuro, da bere nella grigia area relax dell’azienda per cui lavori. Che ha il logo rosso come il sangue che ti chiede di sputare.
Di tedesco capisci meno di pochissimo. Rasente al niente, ma questo lo capisci. Forse perché non proprio tedesco…
We’re all living in Amerika / Amerika ist wunderbar
We’re all living in Amerika / Amerika, Amerika
Sì l’Amerrikaa è wunderbar, è meravigliosa.
We’re all living in Amerika / Coca-Cola, Wonderbra
We’re all living in Amerika / Amerika, Amerika
Pensi che forse la ragazzina tutte tette ce l’ha su il wonderbra. Cappellino amerikano, wonderbra e stamattina ha fatto colazione con i kelloggs immersi in una tazza di Coca-Cola.
La prima regola del Fight Club è non parlare del Fight Club, leggi. E’ il primo che prendi di Palahniuk e ne sei già innamorato. Grazie del consiglio Giulia. Ti sono debitore Stefano. Sei a metà del libro e vorresti non aver mai visto il film, quello con Brad Pitt nel ruolo di Tyler Durden. E’ passato parecchio tempo, ma te lo ricordi troppo bene per goderti il romanzo come meriterebbe.
Il tram arriva. Ti trascini fino all’obliteratrice, vomiti l’ombrello nero per terra, gocciolante e senza protezione. Ti porti il libro davanti agli occhi nella calca e continui a leggere. Ogni volta che arriva qualcuno a timbrare vieni spintonato e sei costretto a spostare gli occhi dall’inchiostro nero all’appiglio cromato più vicino. Per strada, il tuo sguardo si perde a cercare il maniaco e la mini-maggiorata. Sono vicini. Buona la prima, avevi ragione: padre e figlia. Un’occhiata così non lo si lancia per un semplice apprezzamento sessuale, per quanto volgare possa essere. E’ l’occhiata di chi sa di essere in trappola, sotto controllo. Sotto continuo e legittimato giudizio dell’altro. Nessuno potrà mai difenderti. Da tuo padre. O da tuo marito. Nessuno lo farà perché tu non chiederai aiuto. Ti limiterai a digrignare i denti e a lanciare sguardi cattivi, ma solo di nascosto. Quando tuo padre-marito ti avrà dato le spalle e tu non dovrai temere di affrontarlo.
Miss WonderBra porge il biglietto timbrato all’ex metalmeccanico in pensione che ora è seduto accanto al finestrino, le mani poggiate su un ombrello alto un metro e una spanna con il solido manico ricurvo in legno. Prende il biglietto e comincia a grattarsi il mento con i polpastrelli. Ha una barba minuscola e bianca. Le sue labbra spariscono e riappaiono ogni volta che le dita e il biglietto obliterato fanno avanti e indietro. Lo sguardo ancora perso.
Un commento sulla spalla nuda, di sicuro. Lui la giudica. Sei vestita come una puttana! E lei reagisce. Legno con spuntoni di chiodi arrugginiti si accanisce contro la faccia del suo alterego. Statistiche alla mano, è molto probabile che alla fine lo sposi, l’alterego.
La diciottenne guarda verso l’uscita, dall’altra parte. Seguire il suo sguardo ti aiuta a non fissare i suoi capezzoli. Davanti alla porta c’è un’altra ragazzina. La vedi di profilo. Quando l’hai vista tutta pensi che non sia niente di che, ma la prima cosa che vedi è il suo culo. Perché lì ti ha portato lo sguardo di Miss WonderBra. Le sta fissando il culo e capisci che ne vorrebbe uno uguale. E’ un culo che parla portoghese, quello. Le gambe salgono su e all’improvviso le natiche prendono l’iniziativa. Fate spazio signori, ci serve spazio per favore. Una curva perfetta et voilà . Sta in piedi da solo.
Miss WonderBra le guarda il culo, avida. Tu invece, da dove stai, la vedi tutta, di profilo. Le vedi entrambe di profilo: quella che ha il culo non ha le tette, quella che ha le tette dietro è una tavola da surf. La fidanzata e l’amante. Cos’ha lei che io non ho?
Vorresti alzare al massimo il volume della musica, per soffocare il ronzio dell’emicrania che continua a punzecchiare le tue terminazioni nervose. Tieni duro, stringi i denti. Fra un po’ passa. Poi torna, vero, ma fra un po’ passa.
Caffeina.
Nelle ultime ore nei hai assunta troppa. L’equivalente di nove tazze di caffè casalingo. Ma non è la caffeina la causa di quella punta di spillo conficcata sotto la nuca. Non direttamente.
Sei in metropolitana, in ritardo come sempre e anche se la tua giornata lavorativa è cominciata alle due del mattino quando arriverai in ufficio per ultimo tutti penseranno che non fai un cazzo. Hai dormito delle 23:00 alle 2:05. Hai lavorato dalle 2:15 alle 8:03. Ti sei fatto la doccia. Hai fatto colazione affondando cereali integrali misti a frutta disidratata in quello che rimaneva della tazza di caffè e latte. Hai ingollato tutto, deglutendo in fretta prima che le tue papille gustative lanciassero un segnale d’allarme al tuo cervello. Un segnale di evacuzione per via orale.
Gli occhi cominceranno a pesarti già verso le 11. Lo sai perché succede sempre così quando fai quegli orari, e ultimamente li fai spesso.
Una tazzina di caffè espresso contiene 80mg di caffeina. La moka fatta in casa ne contiene di più. Giornalmente puoi assumere 300mg di caffeina senza varcare la linea che separa i benefici dai danni. Anche considerandolo caffè da bar anziché fatto in casa devi sempre calcolare 80mg x 9 tazzine. Settecentoventi mg di caffeina nel sangue. Sono quelle che hai tu adesso.
Sei in una carrozza centrale della metropolitana che da Famagosta porta a Cologno Monzese, linea verde. Prima di arrivare fai in tempo a intersecare la linea rossa. Alla fermata di Cadorna il treno si svuoterà un po’. Il vantaggio di arrivare tardi in ufficio è che quando incroci la stazione delle Ferrovie Nord, non ci sono più pendolari che ti schiacciano contro le pareti, contro i pali, contro gli altri passeggeri pur di salire. Il flusso maggiore è verso l’uscita.
Sei in piedi appoggiato a una delle porte che non si aprono mai, continui a leggere Fight Club e i tuoi piedi battono il tempo di “Du Hastâ€.
Du / Du hast / Du hast mich
Con la coda dell’occhio vedi un ragazzo con uno zaino sporco, la barba incolta e un paio di pantaloni color cachi. Si trascina per il vagone porgendo il palmo sudicio ai passeggeri seduti. Subito vicino a te c’è un altro ragazzo seduto. I capelli sono una scultura nera di plastica e gel. Ha un pullover di cotone azzurro e dei jeans logori. Vintage, lo chiamano. Li compri che sembrano già usati e li paghi un tot in più.
Un tempo chi aveva i pantaloni vecchi e scoloriti si trascinava in metropolitana a chiedere l’elemosina e i signori con i pantaloni di cotone color cachi lasciavano cadere monetine da cinquecento lire nelle sue mani. Oggi è il contrario. Come per le puttane. Esci da un cinema in viale Gran Sasso, il secondo spettacolo è appena terminato. Ragazze in minigonna e tacchi vertiginosi si aggirano davanti al cinema mentre borse microscopiche rimbalzano scomode da una spalla all’altra. Tra le loro labbra lucide color vermiglio bruciano Camel, si consumano Marlboro Light, brillano Chesterfield. Chiacchierano tranquille del film con i propri fidanzati e amici.
Poco più in là , vicino alle macchine parcheggiate ci sono altre ragazze. Indossano blue jeans, magliette e camicie a tinta unita. A volte un pullover. Le vedi che parlano al cellulare, gesticolano. Paiono impegnate a litigare con il fidanzato. Dove ti sei cacciato? E’ un’ora che ti aspetto qui fuori. Poi una macchina accosta, loro si avvicinano e fanno il loro prezzo. Cento di questo, cinquanta di quest’altro. Questo in macchina. Quest’altro in albergo. Se ne stanno lì a far finta di nulla, per paura della polizia. Una volta erano loro che indossavano minigonne e tacchi a spillo, la sera. Oggi è il contrario.
Sei quasi arrivato. Ancora un trasbordo, poi prenderai il passante per una fermata e il cesso dell’ufficio sarà tuo e potrai svuotarti la vescica. Una tazzina di caffè stimola la diuresi. Nove tazzine di caffè stimolano un’esondazione.
Il mal di testa ti concede una pausa. Non sai quanto durerà , ma te la godi. Alzi il volume della musica. Dormi poco, per questo arriva l’emicrania. Non da una, da quattordici notti. Tre ore, quattro al massimo, poi di nuovo seduto di fronte a quel maledetto monitor. Lo sfondo grigio dell’ambiente di sviluppo, a scrivere una riga dopo l’altra. Un’istruzione blu seguita da una parole chiave verde. E lo schermo si anima, prende vita. Un quadro astratto che una volta in funzione genererà codice binario. Il tutto a vantaggio di una qualche fottuta multinazionale. Un pezzo su cinque milioni di un enorme puzzle nell’universo globalizzato. Quel pezzo su cinque milioni, lo metti tu.
Ci vogliono al massimo due ore perché la caffeina che bevi venga assorbita dal tuo organismo. Di solito una sola basta, poi rimane in circolo per quattro ore.
Hai sorseggiato caffè tutta la notte, per avere impressione che facesse subito effetto. Per rimanere vigile costantemente, ora dopo ora. Fino a che fuori comincia a far chiaro e viene l’ora di fare la doccia, colazione, uscire e andare al lavoro.
Il dieci per cento della caffeina che ingerisci la pisci fuori. Pura. Ogni dieci caffè potresti ottenere una pastiglia di caffeina riciclata dalla tua stessa urina.
Quando arrivi in ufficio è subito una domanda dopo l’altra. A che punto siamo, il tuo capo. A che punto siamo, il commerciale di riferimento. A che punto siamo, il project manager. A che punto siamo, l’art director. Una riunione dopo l’altra, poi di nuovo blu e verde su grigio. Codice che balla sullo schermo, lo vedi attraverso le palpebre pesanti. Devono essere le undici, pensi. E’ così.
Pausa caffè in area relax. Altro liquido marrone bollente in un micro bicchiere di plastica bianca. Zero pallini su cinque di zucchero. Niente zucchero niente paletta di plastica trasparente per girarlo. Niente paletta, il caffè rimane bollente allora ruoti il polso facendo girare tutto il bicchiere.
Sei in fascia cinquecento-seicento milligrammi nel sangue. Di lì in poi il tuo organismo rilascia noradrenalina. La rilascerebbe anche se prendessi dell’efedrina, che è una sostanza dopante. La usano i culturisti per ridurre la percentuale di massa grassa. La noradrenalina è un neurotrasmettitore che parla direttamente con le cellule di grasso. Ciao cellula di adipe, che ne dici se ora balliamo un po’ e tu bruci? Per farla breve, porta alla lipolisi: i trigliceridi si scindono in acidi grassi e glicerolo. Per questo, nonostante la vita più che sedentaria delle ultime settimane, nonostante la dieta tutt’altro che sana e per niente controllata, per questo hai perso due chili anziché metterne su due. Per un totale di un bilancio positivo di quattro chili, al netto dell’aumento di probabilità di un cancro al pancreas.
Mastichi un’altra gomma senza zucchero mentre il tuo corpo produce acido gastrico e brucia cellule grasse. Caffè alle undici. Caffè a mezzogiorno, un’ora prima di pranzo. Caffè dopopranzo. Caffè alle sedici-zero-zero. Caffè alle diciotto. Caffè alle diciannove e trentacinque.
Sei di nuovo sul quattordici, quando la lancetta piccola tocca l’otto e quella grande tocca il tre. Pensi che dovresti dormire, stasera. Mangiare qualcosa di leggero tipo una mozzarella con un filo d’olio extra-vergine d’oliva.
Schiacci il pulsante rosso per prenotare la fermata.
Pensi che dovresti mangiare qualcosa di fresco e sano, come un’insalata ben condita, con i cetriolini, i pomodori di pachino e un filo d’olio extra-vergine d’oliva.
Ti alzi in piedi e lentamente ti porti davanti all’uscita centrale. Afferri una maniglia che penzola dall’alto.
Pensi che magari sull’insalata ci starebbe bene quell’aceto balsamico che hai portato su dalla Puglia dove hai trascorso la tua ultima e lontanissima vacanza, sole tre settimane fa.
Il tram si ferma. Le porte si aprono. Tu scendi i gradini.
Pensi al colore intenso dell’aceto balsamico, alla sua viscosità sulle foglie verdi dell’insalata. Alle gocce scure che rimangono sospese, gravide.
Tu scendi i gradini. Una fermata prima di quella sotto casa.
La caffeina rimane in circolo quattro ore circa, in un adulto. Due ore e mezza in un bambino. Ne hai ancora un po’ in corpo e difficilmente riuscirai a dormire prima di mezzanotte. Per questo scendi prima. Perché l’insalata non è sufficiente, non basta. Per questo attraversi la strada, entri in quel quel negozio.
Due kebab, per favore. Da portare via. Completi? Sì grazie. Cipolla? Sì cipolla. Patatine fritte? Sì grazie. Piccante? Molto piccante per favore. Ringrazi e saluti. Esci con il tuo sacchetto di plastica bianca con i kebab avvolti nella carta stagnola e due morbidi tovaglioli a fare da cuscinetto quando ti picchiettano sulle cosce mentre torni a casa.
Ich werf ein Licht/ in mein Gesicht
Ein heisser Schrei / Feuer frei!
Bang bang
L’unico modo per dormire è prendere in giro il tuo organismo. Una bella digestione difficile, capace di portare il sangue tutto giù, allo stomaco. A dare un senso a tutti quegli acidi gastrici allo xilitolo.
Bang bang
I Rammstein continuano a trafiggerti i timpani. Abbassi il volume, infili la chiave nella serratura e quando entri sai già che cosa farai. Tovaglietta arancione sul tavolo. Kebab uno.
Bang bang
Kebab due.
Bang bang
Abbassi le tapparelle fino all’ultimo listello, ostruisci ogni singola fessura. Porti la sveglia lontana dal letto, con i suoi numeri verdi troppo luminosi.
Domani avrai ancora il mal di testa, lo sai. La caffettiera è già lì.
9/12 settembre 2005
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