Sabato sera nella testa - resoconto di una strana serata (pdf)Fuori dal locale.
-Ma sei tu che compi gli anni?
-No io li compio martedì
-Ah allora auguri
-Li compie lui gli anni
-Ma no è che avevamo bisogno di una scusa per prenotare il tavolo, così gli abbiamo detto che è un compleanno.
-Ah, okay.

La tavolata non era eccessivamente numerosa ma ognuno aveva uno spazio piuttosto grande per potersi muovere: per poter raggiungere l’ultimo della fila diventava comodo il servizio di funivia messo a disposizione.

Gli impedimenti alla socializzazione avrebbero potuto trasformare la serata in una cosa alquanto noiosa e indegna nemmeno di essere ricordata, figuriamoci di essere scritta. Ho parlato poco quindi, ma osservato molto. E mentre mi guardavo attorno le parole mi si formavano in testa per descrivere ciò che accadeva. Già dal menù si poteva capire che la serata non sarebbe stata per nulla economica. Metto il cuore a posto e mi preparo all’esborso finale pensando che è inutile farsi il sangue acido per il resto della cena. Ormai è andata. Dopo l’antipasto di verdure e tonno gli innumerevoli camerieri cominciano a portare una serie di portate a base di pesce e carne, a seconda del menu scelto. Gamberi, spaghetti ai frutti di mare, risotto ai frutti di mare, gamberoni, fritto misto, pesce spada, salmone, ancora fritto misto, orata. Tra una porzione e l’altra, cresce la sensazione di essere ad un matrimonio. Dalla mia posizione vedo il miniterminale della cassiera; gioca a Solitario, in attesa che la prima tornata di cene finisca. Poco più in là noto un signore in giacca scura e camicia bianca. Non sembra andare da nessuna parte, anzi, è proprio fermo. E osserva. La mia attenzione si focalizza su di lui. E’ robusto, ha gli occhiali e la barba fatta da poco. Guarda, lui, i vari tavoli sparsi nell’ampio locale. Osserva i clienti, spostando lo sguardo da un tavolo all’altro con l’attenzione di un padre per i propri figli. E’ il proprietario, suppongo. Oppure il mega-capo sala. Lo vedo che chiacchiera di tanto in tanto con il personale. Il locale è grande e il fatto che i camerieri servino le varie portate direttamente al tavolo fa aumentare in maniera considerevole il numero del personale impegnato. Sembra un formicaio in cui tutti sanno cosa fare, dove andare, quando e perchè; tutti operosi portano a termine il proprio compito.

Nessuno mi chiede se ho scelto carne o pesce, ma da me non si presenta nessuno con una porzione di bistecca per errore. Mai che saltasse un turno o arrivasse una volta di troppo. Osservo incantato questo incredibile viavai e individuo nel signore con la giacca la FormicaRegina. La regia di tutto. Centinaia di persone che mangiano ai vari tavoli, decine di camerieri attraversano laboriosi in lungo e in largo il locale quasi mai a mani vuote e lui, con tutta la naturalezza che si può ostentare, passeggia tra i tavoli, apparentemente senza far nulla. Tiene le braccia incrociate. Poi porta la mano destra ad aggiustarsi gli occhiali, ma è solo una scusa per potersi toccare il naso, come se avesse un fastidioso prurito alla narice destra. E’ il suo tic. Se avesse la barba passerebbe tutto il tempo ad accarezzarsela. Aggiustatina agli occhiali, grattatina al naso. In continuazione. E intanto osserva. Si mimetizza con una delle colonne, ad un certo punto. Per un numero piuttosto alto di secondi fissa il vuoto, in diagonale. Visto di profilo, sembra in apnea. Ogni tanto decide di farsi una passeggiata per poi incrociare, come se si trattasse di una coincidenza, una cameriera. Si fermano entrambi, e come se il loro compito fosse stare al centro del locale fianco a fianco, bisbigliano. FormicaRegina si guarda attorno, tranquillo, FormicaOperaia osserva i vari tavoli accanto, cercando di individuare l’errore commesso, il piatto vuoto dimenticato o qualsiasi cosa sia al centro della loro conversazione.

Da noi la cena sta quasi per terminare, il vino anche. C’è un boccione in vetro per il ghiaccio, sul tavolo. Ci posi dentro la bottiglia, così rimane fresca. Man mano che il ghiaccio si scioglie, la bottiglia sprofonda nell’acqua e quando la tiri su per versarne, un po’ sgocciola. Ma c’è uno straccetto appeso al boccione: ci si asciuga la base della bottiglia per evitare che bagni in giro. Pensano proprio a tutto qui. Dopo un po’ il vino finisce. Essendo astemio non so se è una convenzione o un caso, fatto sta che la bottiglia finisce nel boccione con il collo in giù. FormicaRegina la nota e quando una FormicaOperaia è sufficientemente vicina da poterlo sentire le bisbiglia qualcosa. Potrebbe essere qualcosiasi cosa, a dire il vero. Ma lei si gira verso il nostro boccione e nota la bottiglia. Le leggo il labbiale: “Ah sì scusa”. Il vuoto sparisce e dopo poco arriva un’altra FormicaOperaia con una bottiglia di vino. FormicaRegina non scherza, penso. Quello lì sta facendo marketing spicciolo. Pianifica on-the-fly e fa alzare subito il budget dei clienti. Solo bisbigliando. Se la bottiglia rimane per troppo tempo vuota uno ci si abitua. Prima di chiamare un cameriere e ordinare una bottiglia di vino passerebbe sicuramente più tempo. E poi la tavolata è numerosa, ci sarebbe sicuramente la consultazione plebiscitaria. “Ne prendiamo un’altra? Rosso o bianco? Sicuri? Due? O una basta?”.

No, a FormicaRegina non può andar bene una cosa del genere. Bisogna incalzare il cliente, possibilmente senza farglielo notare. Così il cliente pensa a quanto sono attenti e premurosi i camerieri ed è anche soddisfatto del servizio. Non passa molto tempo che la scena si ripete. Stavolta FormicaRegina non aspetta che la cameriera gli passi accanto. Osa, FormicaRegina. Le fa cenno da lontano, con un dito bello teso e la invita ad avvicinarsi. Stavolta non le bisbiglia tre parole. Le fa la ramanzina, lo si capisce subito dallo sguardo nervoso di FormicaOperaia. Guarda la bottiglia a testa in giù nel boccione pieno d’acqua e vorrebbe prendersela con noi ma è attenta. Ascolta la ramanzina, e poi cerca di mettere in pratica gli insegnamenti di FormicaRegina. Si avvicina più lentamente alla bottiglia, la solleva e l’asciuga contro lo straccetto. Sta per mettere in pratica il trucco poc’anzi imparato, ma non ci crede che funzioni per davvero. “Ne porto un’altra?” chiede con l’aria di una dà per scontato una risposta negativa. Ma FormicaRegina sa che in una tavolata del genere basta la prima risposta per potersi congedare e ripresentarsi con l’ordine. Il primo che dice sì pensa di avere anche il tempo per ricontrattare, ma non è così. A FormicaOperaia pare di aver assistito ad un trucco da prestigiatore e diventa nervosa. Passa e ripassa accanto al nostro tavolo con l’occhio puntato al boccione e alla posizione della bottiglia. Poi scruta i tavoli vicini, fa un giro, torna. Sempre a guardare il boccione e la bottiglia. Altra porzione a base di pesce, mi ci dedico e mi distraggo dal formicaio e dalle sue attività. Poco dopo però noto dall’altra parte del locale un cingalese con delle rose. E’ qui per venderle, ovviamente, ma la cosa non mi convince. Mi chiedo subito se FormicaRegina è al corrente della sua presenza. Forse una delle maglie della sicurezza si è allargato troppo e Rosario ? perchè di rose tratta ? è riuscito ad eludere i controlli. Insomma, qui il servizio è incentrato sul cliente, che deve sentirsi a suo agio. Com’è possibile che si permetta a un venditore di importunare i commensali con proposte floreali a pagamento? Guardo FormicaRegina, cerco di indovinare la direzione del suo sguardo. Sembra proprio che non l’abbia notato, Rosario. Allora guardo Rosario. Mica è come tutti gli altri Rosari che si vedono in giro. Ha i soliti jeans, quelli sì. Ma ha una giacca scura, quasi come quella di FormicaRegina. E anche una cravatta. Certo è gialla, ma è pur sempre una cravatta. Si intrattiene a lungo ad un tavolo dall’altra parte del locale. Forse ha capito che lì le sue rose non le comprerà nessuno, così abbassa il braccio e i fiori spariscono ad altezza coscia. Se FormicaRegina guardasse in quella direzione vedrebbe solamente una rispettabile giacca scura di spalle, accanto ad uno dei tavoli. Geniale. Nel frattempo Rosario prosegue le sue trattative. Sa che ormai non serve mostrare quant’è bella la sua merce, deve solo convincere i cavalieri a omaggiare le proprie dame, tutto qui. E fa conversazione lui, dando le spalle a FormicaRegina. Poi passa ad un altro tavolo, e lentamente se li fa tutti. Arriva anche al nostro e il festeggiato ? sì, alla fine c’era un festeggiato ? si lascia convincere e compra sei rose. Cinque per le dame presenti, una al suo vicino di posto che entra subito nella parte e si porta la rosa all’orecchio. Impossibile ormai credere che all’attenzione di FormicaRegina sia semplicemente sfuggito. C’è qualcosa sotto, forse un accordo commerciale tra le parti. Prenderà le provvigioni? Non ci posso credere, sarebbero così ridicole e intaccherebbero di molto le già basse entrate di Rosario. Troppo crudele. E poi con il Fisco come la mettiamo? Mica si può fare!

Ci sono. E’ il marketing spicciolo la spiegazione. Arriva Rosario e disturba, ma non molto perchè indossa giacca e cravatta, i commensali. Il suo compito è di rimanere lì fino ad asfissiarli, ma simpaticamente. Se li fa parlare tanto, questi ordineranno da bere. Probabilmente cercheranno di tenersi occupati per evitare di dargli corda, e dato che ormai la cena è finita ordineranno altre cose da consumare. Vino, dessert, o altro. Qualsiasi cosa.

Sì, non può essere che così. Non ci credo al lato buonista di FormicaRegina o chi per lui. E’ marketing e FormicaRegina è un genio.

Abbiamo quasi finito di cenare quando al nostro tavolo si unisce un nuovo arrivo. FormicaRegina si avvicina cauto, svelando la sua veste ufficiale ed uscendo per un attimo dall’anonimato: “Deve mangiare? Le porto subito una sedia. La preferisce qui?” Poche parole, come nel suo stile. Si allontana, procura una sedia, avverte un paio di FormicheOperaie e sistema il nuovo arrivato. Poi lo vedo confabulare con altro personale, poco distante dalla cassiera che ormai ha dovuto archiviare il Solitario. La prima cosa che mi viene in mente è che si stia lamentando per questi clienti che prenotano in 12 e poi ne arriva sempre qualcuno in più a rovinare le geometrie perfette create attorno a piani ben precisi. Lo vedo tranquillo però e la conversazione con le FormicheOperaie si esaurisce presto. Non ha avuto il tempo per lamentarsi di qualcosa, e comunque pare sereno e rilassato. Mi viene da pensare a Pulp Fiction. “Sono Wolf, risolvo problemi”. Ecco, lui è lì per quello. Che sia una sedia in più da trovare, un cliente da soddisfare, una FormicaOperaia da ammaestrare, lui non si fa prendere dal panico. E’ il suo ruolo. Wolf: NoPanicMan. Imparo la lezione. Nel mio lavoro ci si lamenta spesso dei clienti, del fatto che cambiano idea spesso, di come vogliono le cose in un modo e poi il giorno dopo in un altro. Del fatto che spesso vogliono mettere il naso in cose che riguardano il professionista di turno. Mi inacidisco ogni volta che capita una cosa del genere, divento nervoso e vorrei vedere il cliente appeso a testa in giù dal grattacielo più alto, sapendo che soffre di vertigini. Perchè rovinarsi la vita così, mi dico mentre penso a Wolf. Le emergenze, gli eventi non pianificati, le modifiche al volo, capitano sempre. Basta mettere in preventivo il caos e non ci si rovina il fegato, come insegna FormicaRegina alias Wolf.

Penso a questo mentre lo osservo dal mio posto. Sembra gongolare per il fatto della sedia al nuovo arrivato, davvero si ha quest’impressione. Ha risolto un problema egregiamente, e ora è contento. Sa di aver svolto bene il suo lavoro.

Ormai anche il dessert è passato, il caffè anche. Il duo dal vivo saluta al microfono e annuncia la serata disco pilotata dai deejay. L’illuminazione si abbassa di colpo e le luci stroboscopiche cominciano a fare i loro giochetti. Ogni tanto mi sento accecare da uno dei fasci ad alta intensità che saettano veloci per l’ampio locale.

Fortunatemente il nostro tavolo è uno di quelli periferici, così non siamo costretti a sloggiare. Quelli centrali invece vengono spinti verso l’esterno; viene a crearsi così un’ampia zona adibita al ballo. Solerti FormicheOperaie nel frattempo passano e sparecchiano i tavoli ancora imbanditi. Qui si balla sui tavoli, mica pizza e fichi. C’è anche un maxischermo in uno degli angoli e a quanto pare c’è anche una telecamera che inquadrerà gli aspiranti dirtydancer, annuncia il deejay. Io me ne sto seduto sulla mia comoda sedia, mastico la mia cingomma senza zucchero che fa diventare i denti bianchi ma che sopratutto mi fa passare il saporaccio del caffé. E poi mi distrae. E mentre mastico il mio stomaco pensa che sto per ingerire qualcosa e comincia a produrre i succhi gastrici, che sono acidi e che se non hanno nulla da sciogliere, fanno a botte con lo stomaco stesso. Ma non ci penso perchè sono distratto dalla cicca, e quando la prima esaurisce il suo sapore, ne prendo un’altra. Di qualcosa si dovrà pur morire no? Altre persone sono entrate nel locale che non sembra più spazioso come a inizio serata. Il buio e la folla mi nascondono i protagonisti del formicaio. I bassi sparati dalle casse mi rimbombano nella cassa toracica e nonostante la musica non sia quella che mi piace, mi sento piacevolmente avvolto dalle profondità di queste vibrazioni. Mi guardo attorno, e osservo la gente in pista. I vicini di tavolo, quelli un po’ più lontani. Ce n’è per tutti i gusti. Dall’altra parte c’è già una provetta cubista che non ha saputo resistere all’invitante tavolo. Gambe lunghe, jeans stretti. Schiena scoperta, una cosa nera a cui non saprei che nome dare le arriva poco sopra l’ombelico. Capelli castano scuro, lisci, poco sopra le spalle. Il maxischermo ha smesso di trasmettere le sfilate di moda che ci hanno accompagnato durante la cena. Ecco, forse non ho capito che reazione si aspettassero nel mostrare modelle anoressiche mentre noi mangiavamo l’impossibile. Ma fa nulla.

Dicevo, ora al posto delle sfilate c’è la CubistaPioniera. Balla, lei. Poi si gira, e balla; fa giri completi. La telecamera la riprende di profilo, da dietro, di nuovo di profilo e poi davanti e così via. Al centro della sala intanto c’è un folto gruppo di persone. Anche l’amica con cui sono venuto e altri del mio tavolo sono andati a ballare. Perlopiù donne; e un uomo: è quello della rosa.

Al centro della pista noto un tizio alto e grosso vestito di nero. La maglietta di cotone non ha più le maniche: strappate via. Ascelle all’aria. Abbracciata a lui, mentre ballano, una ragazza dai capelli scuri e lisci, esile. Un bel visino. Ma com’è possibile che la testa di lei sovrasti quella di lui, mi chiedo. L’immagine è completamente sproporzionata e solo sforzandomi di più noto che anche lei ha i pantaloni neri e lui la sta sollevando tenendola praticamente per le natiche. Lei protesta ridendo e si fa mettere a terra. Energumeno però non demorde e con la scusa di un ballo molto ravvicinato cerca di baciarla. Lei si ritrae ancora ridendo e all’ulteriore affondo di lui, si oppone decisamente contrariata, questa volta. Energumeno appare stizzito, si sente respinto e fatica a mandare giù il rospo. Si allontana di un passo bello buono dall’EsileBruna, le dà le spalle sbuffando. Non sorride più, Energumeno. Dalla tasca posteriore estrae il pacchetto di sigarette e ne strappa via una. L’accende con impazienza continuando ad ingnorare EsileBruna, come se avesse appena subito un torto. Lei si pente di averlo respinto e lo richiama vicino a sé. Io vedo solo la schiena enorme di Energumeno e vedo sbucare le piccole mani di EsileBruna che cercano di abbracciarlo, ma non arrivano nemmeno al primo quarto di schiena. Si baciano. Energumeno ha vinto.

Strana sta cosa della sigaretta, penso. Se uno non fuma è fregato. Come fai a dare credibilità a quegli attimi in cui non sai cosa dire? L’obiettivo di Energumeno era chiaro, e il suo atteggiamento è stato un po’ arrogante. Pretendeva da EsileBruna un atteggiamento più remissivo e dato che lei aveva tradito le sue aspettative aveva proiettato la sua rabbia contro il pacchetto di sigarette incastrato nei jeans, l’accendino che non si accendeva, l’aria che non voleva saperne di alimentare la combustione della siga. Era incazzato Energumeno. E voglio proprio vederlo io, sto tizio, che a parole dice quello che pensa seriamente. L’interpretazione che EsileBruna ha dato del suo comportamento è per me un mistero. Forse le ha fatto pena, forse ha pensato che lui stesse per perdere interesse nei suoi confronti e ha temuto di perderlo. Chi lo sa. Se lui non fosse stato un fumatore probabilmente non avrebbe avuto la scusa per stare nei paraggi quel tempo necessario ad EsileBruna a cambiare idea. Se avesse detto quello che pensava veramente l’avrebbe sicuramente lasciato alla sua frustrazione. E se invece fosse andato via, lei non avrebbe avuto motivo di corrergli dietro. E nemmeno se fosse rimasto a ballare come se nulla fosse. Ah, i vizi come aiutano.

Il deejay continua a far girare i pezzi. I bassi continuano a vibrarmi dentro e CubistaPioniera è sempre lì sul tavolo che si dimena. Sul maxischermo c’è solo lei. A dire il vero su altri tavoli ballano altre ragazze, ma non sono alte come CubistaPioniera e nemmeno così scoperte. Ma forse sono io che penso male e il problema che la telecamera è fissa. La gente in pista è aumentata. Non c’è spazio tra uno e l’altro, si sfiorano tutti. Balla solo quello al centro: muovendosi spinge gli altri e a cerchi concentrici ci si muove tutti allo stesso ritmo. Avrei bisogno di andare in bagno, ma resisto. Dovrei percorrere esattamente tutta la sala e mi dispiacerebbe interrompere la splendida coreografia a onda.

Mastico un’altra cicca e provo ad osservare come ballano le persone, così imparo, mi dico. Nella mia costituzione c’è scritto “Io ripudio il ballo”. Ma ogni tanto in realtà lo faccio. Anche nella costituzione italiana c’è scritto “l’Italia ripudia la guerra”, ma mica sempre. Così provo a guardare come si muovono gli altri. Il deejay intanto ha messo su la hit romena “Dragostea Din Tei” che dopo essere diventata un tormentone per radio è anche stata per un certo periodo la canzone su cui ballavano le veline di Striscia la Notizia. Io non ho nulla in contrario a questa canzone, però vi assicuro che è uno spettacolo buffo vedere decine di persone alzare le braccia al cielo e cantare “Nu ma nu ma iei nu ma nu ma nu ma iei. Chipul tau si dragostea din tei. Mi-amintesc de ochii tai”. Lo confesso, ho cercato il testo su Google. Anche la traduzione merita : “Non mi, non mi prendi con te, non mi, non mi, non mi prendi con te. Il tuo viso e l´amore sotto il tiglio, Mi ricordano i tuoi occhi”.

Quale che sia l’intelligenza media dei singoli individui che formano un gruppo che ora definerò come Massa M, l’intelligenza di M è di certo molto più bassa di questo valore. Probabilmente si attesta ben al di sotto del valore minimo di QI registrato tra i componenti di M.

Di sicuro se mi fossi avventurato in quel magma nel tentativo di arrivare al bagno, sarei stato risucchiato dallo stesso e mi sarei trovato con le braccia al cielo a cantare “Numa Numa iei”. Non mi, non mi prendi. Ringrazio la mia vescica. Si può scrivere vescica?

Dicevo, che volevo guardare la gente ballare per trarne qualche insegnamento. Dopo il fallimento romeno ho cercato di concentrarmi su CubistaPioniera, di lei volevo fidarmi. Non si rischia in prima persona se non si è certi della propria bravura, pensavo. Così canzone dopo canzone la vedevo ballare. Allo stesso modo. E girava sempre, come uno spiedo. Mi stavo annoiando quando ad un certo punto la vedo aggiungere una variante. Prima ogni tanto, poi sempre più frequentemente. Porta le mani sul viso, si carezza i capelli fino a far scivolare mani dietro al collo; poi alza di nuovo le mani librando in aria una cascata di capelli; si flette sulle ginocchia e porta le mani ad accarezzare le coscie. Fantastico dico. Il ballo delle zone erogene. Questo è un chiaro segnale al Maschio Ormonato, collo e interno coscia. Chiaro, di più non poteva andare, rischio censura mediatica. Fissa o non fissa, la telecamera si sarebbe spostata altrove. E mentre penso a questi nuovi passi e mentalmente cerco di trovare la stessa quantità di zone erogene maschili per poterlo ballare anche io, mi accorgo di una cosa: non è una variante. Si sta asciugando il sudore!

Lo raccoglie sul viso e sul collo e se lo asciuga sui jeans. Geniale, se non fosse per le due chiazze scure che si erano venute a creare.

Cerco di concentrarmi su chi balla in pista, ma il mio sguardo viene rapito da una ragazza alta, bionda tinta con la pettinatura da Katia del grande fratello. Dimostra vent’anni. Indossa stivali neri al ginocchio, calze a rete - non so quanti denari -, gonnellina nere a pieghe fino a mezza coscia e una specie di camicetta bianca molto aderente che lascia in vista seno e il bordo del reggiseno nero. Ha una chiazza d’olio sulla schiena. Quando a cena la sua amica l’ha aiutata a pulirla non aveva l’aria arrabbiata che uno si immaginerebbe. Sembrava piuttosto dire “Io non so cucinare, e allora?”. Come la pubblicità del WonderBra con Eva Herigova. Come darle torto, all’Herzigova?! KatiaChiazzata balla poco distante dal tavolo su cui ha cenato. Il suo viso bianchissimo spicca nella calca, così come la sua generosa scollatura. Ecco, forse spicca più questa, ma non lo potrei dire con certezza. Si dimena, KatiaChiazzata, ancheggia con armonia e vederla ballare diventa per me fonte di ispirazione. Mi sento John Travolta e la tentazione di alzarmi dal mio comodo posto per liberare il diavolo che è in me si fa intensa, quasi incontrollabile. Poi le luci stroboscopiche si interrompono per qualche minuto e quel che era un ancheggiare armonioso dato dai momenti di buio alternati a una luce bianca e intensa, diventa un secco movimento senza poesia. Un dimenarsi senza senso, con le varie parti del corpo che in autonomia prendono posizioni innaturali e in evidente contrasto con svariate leggi della fisica. Il diavolo che è in me ha chiesto anche lui una cicca e ha cominciato a ruminare sempre più mestamente, fino a svanire. Al suo posto l’immagine di Maria De Filipppi descritta da Daniele Luttazzi: per dare l’impressione che si muova ci sono 24 telecamere che le girano continuamente attorno pilotate da un abilissimo regista. Roba da Oscar per gli effetti speciali”.

Ecco, KatiaChiazzata era legnosa come la De Filippi.

La notte è ancora lunga e la gente in pista sembra non essere stanca di ballare, o quanto meno di tentare di farlo. Sembra che facciano gli stessi movimenti quale che sia la canzone e il ritmo. Tra un pezzo e l’altro il deejay non inserisce dei vuoti, è un fluire continuo di decibel. La Massa però vuole ballare, vuole sentire ogni singolo pezzo, scegliere il modo in cui ballarlo. Così ad ogni cambio di canzone la si vede proprio, la Massa, che si ferma. Gli occhi alzati al cielo come per concentrarsi un attimo e trovare la coreografia da usare. Poi riattacca, a ballare esattamente come prima. Pezzo dopo pezzo si ripete la scenata del momento di pausa. Dicono “balla come se non ti dovesse vedere nessuno”. Bella fesseria, io vi guardo, cari miei. Eccome se vi guardo. E fate anche abbastanza schifo. Non tutti certo, ma il 90% di voi sicuramente sì. Poi è vero, se mi cimentassi anche io, faresi sicuramente parte della Massa. Ma dopo avervi visto, come posso permettere a me stesso un tale scempio? Poi uno suda, a ballare in questo modo. Ecco, se trovassi un modo geniale come quello di CubistaPioniera per liberarmi del sudore, forse ci proverei. Davvero.

Mi giro e incrocio di nuovo KatiaChiazzata, sta “ballando” con un tizio alto con la camicia nera. Addenta una cannuccia bianca, come se fosse uno stelo di rosa e digrigna i denti avvicinandosi a TizioAlto. Poi si allontana e dimenandosi si avvicina ancora. Hey,ma che fa? Si baciano? Ma non baciava un altro prima? Ah, ma stanno giocando. Era solo per passarsi la cannuccia. Che poi torna a lei, giusto. E’ entrata proprio nel personaggio di KatiaGrandeFratello la bionda Chiazzata. E probabilmente non è l’unica che ci entra… a quel che mi par di capire.

Mi volto verso il teleschermo. Il mio sguardo incrocia una delle coppie del tavolo che era dietro al nostro. Lei carnagione scura, pelle liscia, prosperosa, capelli scuri lunghi, occhiali con montatura spessa nera. Da maestrina. Lui pallidino, piccolo viso, piccolo pizzetto. Occhiali da intellettuale. Maestrina si toglie gli occhiali, è il momento di ballare. Senza è un’altra persona. Le donano quegli occhiali, penso, ma dannazione quanto è più bella senza! Maestrina ha i lineamenti caraibici, forse è straniera; Quattrocchi ha i lineamenti brianzoli, forse è brianzolo. Cominciano a ballare insieme. Sembrano felici, lei gli sorride. Muove le spalle in modo sensuale. Lui sembra far parte della Massa. Legnoso.

E’ la CoppiaAsimmetrica. Si vede che lui è lì solo per lei. Non sa ballare e ne è consapevole, ma ce la mette tutta per rendere felice la sua amata. Mettono la sigla di un cartone animato giapponese, cantata in lingua originale. La massa urla, le braccia alzate; riconoscono la musica. Alcuni provono a cantare in giapponese, altri presi alla sprovvista cantano la sigla italiana di Cristina D’Avena. Poi arrivano i pezzi sudamericani: è il momento di Maestrina. Quattrocchi sa che ormai non ha scampo: lei mette in azione il movimento di bacino. Elettrizzante. Lui ci prova a seguirla, ma senza nemmeno crederci più di tanto. Si arrende all’evidenza e si accascia sulla sedia limitandosi a guardare Maestrina. Lei intanto cerca un altro compagno, ma non ne trova. Prova a ballare con una biondina magra con i capelli a caschetto, della sua tavolata. CaschettoBiondo fa sicuamente una scena migliore di Quattrocchi ma…

Maestrina muove i fianchi al ritmo della musica latina che esce dalle casse, se la sente dentro. Spalla sinistra, spalla destra, spalla sinistra. Anche il seno balla con lei, ma non si agita. E se non si agita quel seno, vuol dire che è brava a controllarlo, sul serio. CaschettoBiondo muove i fianchi, al ritmo della musica latina che esce dalla casse. E anche le spalle, la testa, le coscie, le braccia. La musica se la sente intorno. Sembra che sia in mezzo ad una centrifuga, ma pare contenta così. Cerco di non indugiare troppo guardando Maestrina, anche perchè ormai Quattrocchi pare depresso e ogni tanto mi lancia qualche occhiata in cui mi chiede un po’ di rispetto per il suo lutto. Decido che dopotutto se lo merita. Non è colpa sua se ha una ragazza così. Certo che anche lui… brianza ? caraibi! Che si aspettava?

Cerco qualche volto amico e incrocio lo sguardo della mia amica G. Al suo fianco un ragazzo alto, maglietta bianca, capello corto ben tenuto. Ha un fisico asciutto e sembra visibilmente imbarazzato. Cerco ci interpretare il linguaggio del corpo; la distanza che lo separa da AmicaG rimane costante e mi sembra che sia anche piccola! AmicaG ha cuccato penso, buon per lei. Mi sembra serena. Anche lei incrocia il mio sguardo e mi sorride. Ci sorridiamo a tutti gli effetti e il suo cucco lo capisce. Mi vede. Io mi chiedo perchè non si parlino più di tanto. Insomma, se hai un CuccoDaPista e te lo porti accanto al tavolo quanto meno sei arrivata ad un livello di reciproca curiosità tale per cui parlate! Improvvisamente mi viene un’idea. Provo mentalmente a collocare un maglione nero sulla maglia bianca che il Cucco indossa. Guarda un po’, non assomiglia al dodicesimo arrivato della tavolata? Ok, non è un CuccoDaPista. Questo spiega la serenità di AmicaG contemporanea all’assenza di conversazione. Alla luce di queste rivelazioni che da solo mi sono fatto, cerco di reinterpretare lo sguardo interrogativo e imbarazzato che Cucco mi ha rivolto.

Oddio, pensa che stiamo insieme. Dopotutto siamo venuti insieme, ci siamo seduti l’uno di fronte all’altra, le mie cicche sono nella sua borsa. Ora mi tocca pure fargli capire che ha via libera, porca miseria. Che poi AmicaG pare proprio contenta di essere corteggiata da sto qui. E a me sta anche simpatico. Ha il viso da bravo ragazzo. Uno per qui impazziscono le mamme e le tredicenni, tanto per intenderci. Ma per differenti motivi. Ecco, ce lo vedrei bene in una Boy Band. AmicaG lo sta lasciando fare, vuole che continui a provarci. Glielo si legge negli occhi. Non gli dà molta corda al Cucco, giusto quanto basta. Lei non è una che si fa tanti problemi: se vuole una cosa lo dice, senza tanti peli sulla lingua. Ma quanto le piace farsi corteggiare da BoyBandCucco, lo sa solo lei. E io lo intuisco.

Cerco a questo punto di non invadere il loro spazio intimo, neppure con lo sguardo. Non vorrei correre il rischio di intimorire il pupo. Mi giro di nuovo dall’altra parte e sui tavoli accanto al maxischermo ci sono ben quattro ragazze che ancheggiano e si dimenano. Una Massa in piccolo insomma.

Poi arriva il momento topico di tutte le serate in discoteca: i Village People. All’inizio di YMCA un boato invade la sala. E’ la Massa, in ogni sua manifestazione - vedi le quattro AspirantiCubiste - che esrime la sua gioia. Braccia levate in alto, pugni stretti altezza petto in segno di vittoria, evvai, mavieni, un delirio.

Non importa se quando uscita era una cagata commerciale e oggi rimane una cagata commerciale. Chiunque lo ascolti proverà la strana sensazione di essere tornato bambino: ecco quello che ascoltavo da piccolo. Anche se da piccolo non l’hai mai ascoltato. Anche se sei un metallaro di quelli tosti. Non c’entra la massa, è una cosa che ti prende anche quando sei in macchina da solo e sei imbottigliato nel traffico. YMCA è la liberazione!

Oltre all’aspetto musicale c’è da prestare attenzione a quello sociale. Pare che ascoltare, ballare e gioire per questa canzone affranchi il maschio occidentale dall’accusa di omofobia. “Chi io?? Ma a me piace YMCA!”. Un po’ come tutte quelle volte che tra uomini si fa finta di essere dell’altra sponda per esorcizzare l’omosessualità. Patetico.

Ma andiamo avanti. YMCA é una canzone a parte rispetto a quelle sentite oggi. C’è una coreografia precisa e la si può trovare qui : terget=”_blank”>http://members.aol.com/ldarchives/ymca_2.htm

Insomma, non si scherza. Soprattuto nel ritornello in cui si scandiscono le quattro lettere in questione. Ogni lettera ha il suo movimento, non puoi inventare. Per la “M” per esempio: braccio destro alzato, all’altezza del gomito piego e dirigo la mano verso la testa. Così per l’altro braccio. Cosa viene fuori? Una “Emme”, guarda un po’ che geni sti Village People. Okay, questa la so perchè una sera in un locale un tizio particolarmente andato insisteva perchè tutti imparassero la coreografia giusta. Però in fondo aveva un suo perchè.

Perchè poi lo si può decidere di ballarla come ogni altra canzone, mica ce lo prescrive il medico di fare la coreografia di YMCA nel 2004. Che scempio però vedere la Massa impegnata in innumerevoli coreografie diverse. Ho visto chi la “M” la simulava portando entrambi le mani a puntare verso il bacino. Chi invece portava il braccio destro in alto verso l’esterno e il sinistro esattamente all’opposto. Che è? La barra che si ottiene facendo SHIFT + 7???? (Era una delle AspirantiCubiste seguita a ruota dalle altre tre al successivo ritornello).

Per fortuna anche YMCA passa. AmicaG passa a sincerarsi che non voglia tornare a casa, che non mi stia annoiando. Io invece mi sto divertendo un sacco. E’ strana sta sensazione, mi vivo tutto in testa… e sono felice. Le dico - non ho resistito - che se si sta divertendo lei per me non è un problema rimanere ancora. Un genio. Me lo dico da solo, sì. Intanto lei ci ha creduto ed era contenta del mio generoso gesto. E poi, a dire il vero, il BoyBandCucco a me stava simpatico per davvero. Era un po’ imbranato, daccordo, ma a chi non capita? Gli ci voleva solo un po’ di tempo, poi di sicuro le avrebbe chiesto il numero di telefono. Forza BoyBandCucco! BoyBandCucco Fan Club.

Accanto alle AspirantiCubiste si erano messi due ragazzi. Uno moro con la maglietta blu e rossa e l’altro biondo, capelli alle orecchie, completamente vesito di bianco: un gelataio. Gelataio ballava con una rosa ? vera, mica come KatiaChiazzata ? stretta tra i denti. Il deejay li nota e parte con ciò che si potrebbe definire anticostituzionale. “Sui tavoli possono ballare solo le ragazze. Giù i ragazzi se no arriva l’Uomo Cattivo”. Sì, così con le iniziali maiuscole. Che il deejay sa farlo il suo lavoro e ste differenze si notano.

Il morettone scende giù in un attimo, con un sorriso stampato in volto che sembrava dire: “accipicchiolina mi hanno beccato”. Gelataio invece continua a ballare tranquillamente , sempre con la rosa in bocca, probabilmente spinto da un improbabile afflato garantista. Io lo appoggio. Che è sta cosa che gli uomini possono vedere le donne ballare in bella vista e le donne no? Certo, è anche vero che dal punto di vista estetico le donne sanno ballare meglio degli uomini, ma ci sono sempre le eccezioni.

Prendiamo Quattrocchi per esempio. Lui non sa ballare, però si impegna. La fidanzata di Gelataio invece no. Anche se s’impegna: zero proprio.

La vedo infatti nelle grinfie di Maestrina. E’ il turno della GelataioGirl ballare con lei. Se li è passata tutti e se non avesse scorto le mie radici che facevano capolino da sotto la sedia probabilmente avrebbe chiamato anche me.

GelataioGirl ha una caratteristica che la rende unica: il bi-movimento. Quale che sia il pezzo che il deejay ha messo lei muove semplicemente il bacino da sinistra a destra e da destra a sinistra. Punto. Non chiedetele di più potrebbe andare in corto. Vederla ballare con Maestrina acquisce questa sensazione e poco dopo se ne accorge anche Gelataio che accorre in suo aiuto e con la scusa di uno scambio di effusioni, la porta via e la bacia sotto l’ombra di un’ombra. (Le ombre in discoteca si accavallano spesso).

Quattrocchi torna a ballare con Maestrina anche se pare dimostrare più piacere quando si abbracciano e interrompono per qualche secondo il ballo.

AmicaG intanto è salita sul tavolo di fianco a me e balla tranquillamente. E’ inteso che chiunque abbia cenato al mio tavolo balla come e meglio dei Village People e di John Travolta messi insieme. Messo che John Travolta messo con i Vilage People riesca ad uscirne. Dicevo, AmicaG balla sul tavolo e BoyBandCucco ciondola dinanzi a me con lo sguardo adorante rivolto verso di lei. Che ciondolasse è solo una mia impressione. A riprova di ciò non posso infatti portare nessuna testimonianza; neanche del mio diavolo che è in me, che come già scritto, si era dileguato a suo tempo.

AmicaG improvvisamente scende dal tavolo, e con lei amicaT. Pare che stiamo tutti per andarcene e mi intenerisco alla vista di BoyBandCucco che ancora non è riuscito a strappare il numero di AmicaG. Poi ad un tratto lei prende la borsa, estrae un block notes e una penna e china sul tavolo comincia a scrivere. Lui le sta vicinissimo. Penso che le stia dettando il suo numero di telefono. Geniali le donne, mi viene da pensare. Lo scrive anche su un pezzo di carta, che se lo scrive sul telefonino lui può chiederle di fargli uno squillo così “anche io ho il tuo”. Mentre penso che finalmente la mia pazienza ha dato i suoi frutti, AmicaG mi mostra il pezzo di carta: c’era l’indirizzo del locale. “Mi piace sto posto, devo segnalarlo ad alcuni amici”. Poi mi guarda e mi dice: “Mi ha chiesto se può accompagnarmi a casa”

“AmicaG, per me non c’è nessun problema. Come preferisci” “Secondo me ci vuole provare”

“AmichettaG bella ? qua già la coccolavo ?, io so che il tuo Ego ha goduto un sacco. Ti è piaciuto un bel po’ farti corteggiare da un finto post-adolescente. Poi vedi tu se vuoi continuare….”

“ti auguro una buona notte.”

E’ così, l’AmicaG. Di poche parole, quando serve. Poi dicono che non esiste la solidarietà tra maschi…. E nemmeno lo conoscevo! Ecco.

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